A mio padre….(a memoria di lui)

di Fulvio Sturlini

Con grande piacere, mi rivolgo ai lettori di questo sito, con un sincero
e cordiale saluto e poi per spiegare come intendo dividere con loro
questo apazio. Il mio intento e’ quello di cercare di condividere con
piu’ persone possibili, la sensibilita’ e l’amore, che mio padre mi ha
lasciato e trasmesso anche per mezzo della poesia. Convinto, che
finche’ci sara’una persona che leggera’e apprezzera’ un suo scritto,
egli sara’sempre in mezzo a noi. Brevemente cerchero’ di raccontarvelo.
Montecatinese (PT) di nascita e Cogoletese (GE) di adozione, figlio di
albergatori, viene in Liguria per via della guerra, dove vi trova lavoro
e amore(mia madre Giulia). Uomo dotato di cultura, sensibilita’,
intelligenza, altruismo e genialita’. Padre speciale, in quanto:
fratello, amico,educatore, confidente,disponibile e sempre attento:
inoltre poeta, scrittore, ottimo pianista e compositore, ma di questo ne
parleremo piu’in la’.Purtroppo ci lascia a soli 59 anni, ma solo con il
corpo, perche’ ora vive dentro di noi.Mi scuso per la lungaggine e ve lo
faccio conoscere meglio attraverso le sue poesie, che spero, oltre a
piacervi,vi riescamo a comunicare quello che lui era.
Aspetto i vostri riscontri, che spero numerosi. Un saluto Fulvio Sturlini.
INUTILMENTE
Albe,
tramonti,
notti;
giorni….
Tempo trascorso
che mai piu’ ritorni.

Rapida fanciullezza,
sprecata giovinezza,
maturita’ fuggita
inavvertitamente….

Solo mi resta
d’esperienza un cesto
colmo;
e nulla piu’.
che non serve
per vivere quaggiu’,
su questa Terra
dove tutti protendono
le mani
per cogliere chi sa’,
che cosa….
per poi chiuderle,
illusi,
e, senza essere pessimista
ne’ dipingere volere
a tinte fosche,
un pugno ritrovarsi
di comuni mosche.

and Jessica Walter
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ITALIA IN NERO: I FILM TRATTI DAI RACCONTI DI GIORGIO SCERBANENCO

Giorgio Scerbanenco (italianizzazione di Volodymyr-Giorgio Šerbanenko) nato a Kiev il 28/07/1911 da padre ucraino e madre italiana si trasferisce dapprima a Roma poi a Milano, dove, costretto per motivi economici ad abbandonare gli studi (non completò nemmeno le elementari), prima di arrivare al mondo dell’editoria, pratica molti mestieri: operaio fresatore, magazziniere, fattorino, conducente di ambulanze. La sua carriera inizia collaborando come correttore di bozze e redattore a numerose riviste, tra cui noti settimanali femminili (Novella, Bella, Annabella), persino come titolare di una famosa rubrica di “posta del cuore” (La posta di Adrian), prima di dedicarsi all’arte della scrittura narrativa, diventandone da subito uno dei più prolifici e versatili esponenti, spaziando dai romanzi di genere western, fantascienza e persino quelli rosa per signore. Ma è sicuramente col giallo e soprattutto il noir che, a partire dai primi anni settanta, Scerbanenco raggiunge una discreta fama, fino ad essere da molti indicato come uno degli scrittori più importanti di questi generi. All’interno di questi romanzi emerge un amaro spaccato umano che rivela una nazione difficile, colma di cattiveria e ansia di emergere a tutti i costi, spesso in contrasto con l’atmosfera vitale e brillante del boom economico. Dopo aver debuttato nel genere già nel 1940 con, Sei giorni di preavviso, primo di una serie di cinque volumi dedicata all’investigatore Arthur Jelling (un archivista della polizia di Boston), la consacrazione arriva però tempo dopo e precisamente nel 1966 con la serie che vede protagonista il personaggio di Duca Lamberti, giovane medico radiato dall’ordine e condannato al carcere per aver praticato l’eutanasia su una paziente, divenuto in seguito una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di Milano. Dopo il primo titolo, Venere privata, ne seguono altri tre: Traditori di tutti, 1966, (vincitore del premio francese Grand prix de littérature policière quale miglior romanzo straniero), I ragazzi del massacro, 1968, I milanesi ammazzano al sabato, 1969. Proprio nel momento culminante della sua carriera però, muore improvvisamente a Milano il 27/10/1969. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio per la narrativa gialla italiana, il Premio Scerbanenco. Per saperne di più sull’autore vi invito a consultare l’imperdibile autobiografia di 28 pagine, Io, Vladimir Scerbanenko, in appendice all’edizione Garzanti di Venere Privata (Serie Gli Elefanti). Dopo questa breve premessa sull’autore e le sue principali opere letterarie veniamo alle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi più conosciuti. Il primo ad “approfittarne” è il regista, sceneggiatore e scrittore di origini pugliesi Fernando Di Leo, senza dubbio l’uomo di punta del cinema noir nostrano, che nel 1969 gira I ragazzi del massacro. La vicenda narra lo stupro e l’uccisione di una malcapitata professoressa ad opera di un gruppo di studenti in preda ai fumi dell’alcool sulla quale indaga il commissario Duca Lamberti. Pur prendendosi diverse libertà rispetto al racconto originale Di Leo realizza un opera in cui mette in scena problematiche sociali dall’incredibile attualità (il disagio giovanile, l’uso sconsiderato di droghe) fuse ad un intreccio tipicamente giallo basato sull’indagine effettuata dal commissario, interpretato da un credibile Pier Paolo Capponi, con tanto di colpevole da individuare. La tensione rimane alta per tutta la durata del film grazie ad una sceneggiatura semplice (ma efficace) e dal discreto ritmo anche se forse il finale, diverso da quello originario del libro, risulta a mio avviso più sensazionale ma meno coerente. Memorabile, come spesso accade nelle pellicole del regista, il prologo iniziale in cui assistiamo alla fulminea e silenziosa (la scena è priva di qualsiasi rumore), ma realisticamente agghiacciante, deflagrazione della violenza ai danni della povera insegnante, mostrata o meglio suggerita dal montaggio frenetico. Si dice inoltre che i giovani attori, presi direttamente dalla strada, fossero realmente dei ragazzi disagiati. L’anno dopo escono a distanza di poche settimane altri due film tratti dai racconti dedicati alla figura dell’eccentrico Duca Lamberti: Il caso venere privata, diretto dal francese Yves Boisset e La morte risale a ieri sera per la regia del “nostro” Duccio Tessari. Il primo racconta le gesta del medico radiato Duca Lamberti che, per curare un ragazzo caduto in depressione, dopo il ritrovamento del cadavere di una giovane donna con cui aveva avuto una breve relazione, inizia ad indagare sull’apparente suicidio. Stavolta tocca ad un nostro “cugino” transalpino (anche se la pellicola è comunque in coproduzione con l’Italia ed è girata a Milano) mettere in scena uno dei romanzi più conosciuti dello scrittore originario di Kiev, a mio avviso, non nel miglior modo possibile poiché, se da una parte assistiamo ad un incipit folgorante in cui una giovanissima e “nudissima” Raffaella Carrà immortalata (anche se da distanza non proprio ravvicinata) in inequivocabili pose sadomaso, ad una buona prova del resto del cast, in primis Bruno Cremer, uno dei futuri Maigret televisivi, nei panni del Duca e a interessanti sprazzi nell’uso originale della macchina da presa, dall’altro però il ritmo non riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore fino al finale per via di una sceneggiatura dalla struttura noir canonica che non riesce a trasmettere né l’atmosfera né la suspense rintracciabile nel libro. Da vedere ma non memorabile dunque se non per la presenza (oltre della già citata Carrà) di Mario Adorf ossigenato e sfuggente e di Agostina Belli in una piccola parte durante una scena in discoteca. Di tutt’altra pasta il coevo film diretto da Tessari, tratto da I milanesi ammazzano al sabato: l’unico a non inserire nei crediti il nome dell’autore e a cambiare il titolo rispetto all’originale. Una giovane psicolabile viene trovata uccisa e sfigurata. L’investigatore Duca Lamberti, aiutato da una prostituta, segue le indagini scrupolosamente, ma il padre della ragazza non si accontenta del suo operato e non desiste dall’andare fino in fondo in tutti i modi pur di mettere la parola fine alla vicenda. Questo cupo noir dalla malinconica e crepuscolare atmosfera milanese (resa ancora più suggestiva dall’ottima fotografia di Lamberto Caimi) riesce a coinvolgere attraverso un intreccio amaramente realistico (alla cui stesura parteciparono Mario Bava e Riccardo Freda) il cui argomento seppur più volte ripreso è stato reso in maniera originale dal bravo Duccio Tessari che, nonostante la prima parte a tratti didascalica e lenta (le indagini per i bordelli del commissario), confeziona un prodotto di sicuro valore ed interesse affermandosi come regista particolarmente adatto al genere. Interpretazioni solidissime di un superbo Raf Vallone, ma anche del plasmabile Frank Wolff e un buon lavoro di doppiaggio che riesce a far digerire presenze un po’ incongrue come Gigi Rizzi e il cattivo Jack La Cayenne. Nel cast anche Eva Renzi, vista lo stesso anno nel film d’esordio di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo. Ma è ancora Fernando Di Leo a confermarsi come miglior contraltare di Scerbanenco con l’ormai cult Milano calibro 9 in cui assembla una serie di elementi presenti nell’omonima antologia di racconti dello scrittore: Stazione centrale ammazzare subito (l’idea del pacco bomba e lo scambio dei pacchi), Vietato essere felici e La miglior vendetta è il perdono (le caratteristiche del protagonista). Appena uscito di prigione, Ugo Piazza viene aggredito e percosso a sangue dagli uomini dell’Americano (capeggiati dal braccio destro Rocco), un potente trafficante di valuta che lo accusa di aver rubato e nascosto durante un “passamano” parecchi dollari che gli erano stati affidati. Primo capitolo della ormai nota trilogia del milieu (La mala ordina e Il boss gli altri due), ad opera di un ispiratissimo Fernando Di Leo, giustamente considerato da molti come il migliore del genere, non tanto per il semplice (ma non per questo semplicistico) intreccio incentrato sul famigerato bottino di milioni di dollari che fa gola proprio a tutti, in una continua escalation di tensione e violenza fino all’amaro finale (l’ormai mitico sfogo di Rocco a ritmo di sbattimenti del cranio dell’infame: “Tu uno come Ugo Piazza non lo devi toccare! Tu di fronte a uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!”), ma soprattutto per la caratterizzazione fisico-psicologica dei personaggi che popolano la cinica e fredda Milano: la disperazione e la malinconia che aleggia intorno ai loro effimeri tentativi di riscatto si bloccano sul nascere o spesso ad un passo dalla tanto sperata realizzazione. Spicca su tutti il protagonista, Ugo Piazza, interpretato magistralmente da un Gastone Moschin sopra le righe, in un ruolo per lui inedito, poi il tirapiedi Rocco Musco, lo straordinario Mario Adorf, il solitario ed enigmatico killer Chino, Philippe Leroy, la doppiogiochista Nelly, la sensualissima Barbara Bouchet, il commissario intransigente, Frank Wolff e quello più liberale, Luigi Pistilli, l’Americano, Lionel Stander, il padrino cieco che ormai non conta più niente Don Vincenzo, Ivo Garrani, nonché quel grande gruppo di caratteristi gregari che spesso contribuiscono in maniera determinante alla resa di film di questo genere: Mario Novelli, Giuseppe Castellano, Giorgio Trestini, Ernesto Colli, Gianni Milito e il mitico Omero Capanna, qui nella parte di uno sgherro dell’Americano con capello impomatato e trench beige. Di forte presa l’innovativo scontro ideologico-metodologico tra i due commissari che si occupano del caso: Frank Wolff che crede sia meglio combattere l’uso della violenza con la violenza e Luigi Pistilli, per il quale la criminalità è solo l’effetto di una causa radicata nel tessuto sociale. Semplicemente grandioso il prologo all’inizio del quale vediamo il regista uscire da una cabina telefonica per far posto ad Omero Capanna. Di Leo nel ’78 tornò sui temi del film realizzando Diamanti sporchi di sangue, una sorta di remake ambientato nella capitale (che infatti doveva intitolarsi Roma calibro 9), dove Claudio Cassinelli fa la parte che era stata di Gastone Moschin, Martin Balsam quella di Lionel Stander mentre Barbara Bouchet interpreta lo stesso personaggio della pellicola precedente. Quentin Tarantino, grande fan del regista, lo omaggerà diverse volte: da qui riprenderà la breve scena iniziale dal barbiere della tortura col rasoio ai danni della faccia di uno dei ceffi responsabili del passamano iniziale, che verrà poi dilatata in Le Iene. Paradossalmente il racconto Milan by calibro 9 che apriva la raccolta è invece alla base del successivo capitolo della trilogia, La mala ordina, 1972, che pur senza fare nessun riferimento allo scrittore in realtà si limita ad amplificarne ritmi e situazioni, approfondendo un mondo che il racconto sintetizzava in poche pagine. Anche da qui Tarantino riprenderà la scena in cui i due killer di Pulp fiction (uno bianco e l’altro di colore, proprio come quelli di Di Leo) si recano dal boss e bussano alla sua porta. Sempre il regista di origini pugliesi firmerà la sceneggiatura d dell’ottimo Liberi, armati, pericolosi diretto nel 1976 da Romolo Guerrieri, che ha l’intuizione di unificare due racconti separati (Bravi ragazzi bang-bang e In pineta si uccide meglio, sempre tratti daMilano calibro 9) per costruire una storia sulla delinquenza giovanile dell’epoca in cui tre ragazzi della media borghesia milanese, il Biondo, Giò e Luis, in preda alla noia del quotidiano decidono di darsi alla pazza gioia rapinando nell’ordine un benzinaio, una banca e un supermercato, lasciandosi così dietro una scia di sangue che conta tra le vittime anche due poliziotti e alcuni loro amici complici dell’ultimo colpo. La polizia si mette sulle loro tracce grazie ad una soffiata di Lea, la ragazza di Luis. Questo noir on the road, in cui regnano disperazione e mancanza di valori che a ben guardare risultano molto attuali anche oggi, segue le gesta di tre giovani che per noia seminano morte sparando a destra e sinistra con la freddezza di automi, disprezzando tutto e tutti (famiglia, genitori, fidanzate, istituzioni), predestinati a non poter deambulare a lungo sulla terra. In questo senso appare evidente come questa pellicola, oltre che sulla solita azione spericolata e serrata a base di: inseguimenti, sparatorie, rapine e morti più o meno violente, si concentri molto sull’aspetto psicologico e la caratterizzazione dei vari personaggi messi in campo: i tre balordi, il Biondo, leader cinico e pazzoide interpretato da Stefano Patrizi, il lucido e calcolatore Luis, da Max Delys e lo sghignazzante psicotico Giò (gustatevi le sue citazioni cinefile), da Benjamin Lev, la mesta e redenta Lea, da Eleonora Giorgi, il commissario moralista affidato ad un serioso Tomas Milian (gustatevelo nei dialoghi coi familiari dei ragazzi, Tom Felleghy e Venantino Venantini, rei di trascurare i valori semplici a favore di un’educazione basata sul denaro e l’appagamento economico), il bullo Lucio, amico usato e gettato dal trio, un giovanissimo e irriconoscibile Diego Abatantuono, all’esordio cinematografico. Lucido e Profetico. Anche la RAI nel 1978, passato ormai qualche anno dai successi del Maigret di Gino Cervi e del Nero Wolf di Tino Buazzelli, rende omaggio a Scerbanenco con la mini-serie, Quattro delitti, che mette in scena altrettanti racconti tratti dalla raccolta, Il centodelitti (Professione farabutto, Per due testoni, Winchester M2 e Quasi due metri). Nel 1984 il veterano degli sceneggiati Daniele D’Anza (Il segno del comando, L’amaro caso della baronessa di Carini) recupera per la RAI il vecchio romanzo, La ragazza dell’addio, giallo risalente al 1956, ma anche stavolta il telefilm non ottiene il successo sperato. Un altro racconto del Centodelitti ispira infine nel 1988, L’uomo che non voleva morire, di Lamberto Bava, episodio del ciclo di film per la TV Alta tensione prodotti da Rete Italia, che pur restando nei limiti di una confezione televisiva (cattivi attori, basso budget, brutta fotografia) è un dignitoso thriller che dosa suspense e violenza pur tuttavia rimanendo praticamente inedito per ragioni di produzione. Destino migliore non ha avuto la serie RAI, Occhio di falco (1995), diretta da Vittorio De Sisti e interpretata da Gene Gnocchi, che per colpa di una produzione troppo travagliata (e di troppi sceneggiatori: ben sette, quanti gli episodi) non solo rinuncia a dare al protagonista il nome Duca Lamberti, ma vira con decisione sulla commedia e alla fine delle atmosfere care allo scrittore non resta alcunché. Prevista come programmazione estiva (pratica che in RAI equivale al procurato suicidio) alla fine viene addirittura soppressa per mancanza di ascolti e cade nel dimenticatoio senza il rimpianto di nessuno. Nel 2006 è stata realizzata una docu-fiction sulla sua vita ad opera del regista Stefano Giulidori, con interviste e testimonianze di chi l’ha conosciuto, presentata con successo al Noir in Festival di Courmayeur. L’anno dopo l’editore Garzanti pubblica un’antologia di racconti di alcuni tra i più noti scrittori noir italiani dedicata al personaggio di Duca Lamberti, intitolata Il ritorno del Duca.

Autore: Alessandro Tordini

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Google è la ricerca +(1) social

google Da diverso tempo Google è alla “ricerca” di una sua identità social ma ad oggi i progetti presentati(wave e Buzz) non hanno fatto innamorare gli utenti. Allora la società di Mountain View ha pensato bene di focalizzare la propria “ricerca social” sul loro punto di forza ossia la “Ricerca”. Infatti è stato introdotto “Google +1” una sorta di scorciatoia digitale paragonabile al “Mi Piace” di Facebook sintetizzabile come “Te lo consiglio”.
Infatti l’idea del Gruppo è quello di rendere le ricerche più veloci e affidabili e il “Google+1” è quanto di più social e credibile ci può essere in questo ambito. Il Mondo Google(da premettere che “+1” funziona ed è visibile sono per gli account Google loggati e che hanno aderito al progetto)potrà infatti contare sui consigli dalla comunità che attraverso questo sistema consigliano l’affidabilità e l’esaustività della ricerca agli altri.
Per questo motivo nessun “consiglio”influenzerà sull’indicizzazione naturale del motore di ricerca più amato.
Aspettiamo con ansia la risposta degli utenti su questo nuovo esperimento che dovrebbe appoggiare e camminare assieme al nuovo social network targato Google(il tanto chiacchierato Circles, di cui parleremo la prossima volta)

Autore: Matteo Bianchini



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IL JAZZ LA SUA STORIA, LA SUA EVOLUZIONE I SUOI MUSICISTI(PARTE II)

In questo nostro secondo incontro, parleremo di esplorazioni, di schiavi, di Africa.

 

Resto sempre meravigliato ogni volta che mi fermo a riflettere sulle infinite variabili che concorrono nella realizzazione di un singolo avvenimento. Se Colombo non fosse stato spinto dalla sua sete di conoscenza, se gli indiani d’America non fossero stati incapaci di sopportare il lavoro imposto dai colonizzatori e se non fosse esistita la schiavitù, piaga non ancora debellata, probabilmente non avremmo avuto il Jazz, o forse si. Dubbi, solo dubbi costellano la nostra esistenza, ma è forse grazie al dubbio se l’uomo continua la sua incessante ricerca imbattendosi a volte in imprevedibili ed inaspettate scoperte. Benedetto sia il dubbio.

 

Ed ora un po’ di storia, in modalità telegrafica.

CCOLOMBO

Cristoforo Colombo (Genova 1451- Valladolid 1506)

Cristoforo Colombo, a differenza di altri navigatori dell’epoca, oltre all’esperienze acquisita in mare, coltiva gli studi di geografia e di fisica terrestre. Riprendendo una teoria, già conosciuta nell’antichità, della sfericità della terra, Colombo sostiene la possibilità di raggiungere le terre orientali (Cina, Giappone, India) navigando sempre verso occidente nell’Atlantico. Non poteva immaginare che tra l’Europa e le terre d’Oriente ci fosse un continente nel mezzo, e anche se in quel tempo si calcolava che la terra fosse assai più piccola di quella che in realtà era, il suo fu pur sempre un viaggio temerario, visto che intendeva spingersi oltre lo stretto di Gibilterra (detto Colonne d’Ercole) che segnava l’ultimo limite all’audacia umana.
Il 3 agosto 1492 Colombo, con le famose 3 caravelle: la Niña, la Pinta e la Santa Maria, salpa dal porto di Palos verso le Indie, e all’insaputa di tutti, verso la Storia. Il 12 ottobre 1492, dopo settanta giorni, in un viaggio pieno di peripezie, approda nel nuovo continente. Per ironia della sorte il nome di Americhe verrà permutato dal nome di un altro famoso navigatore ed esploratore italiano, Amerigo Vespucci (Firenze 1454 – Siviglia 1512) mentre dal nome di Colombo derivò soltanto quello di una piccola regione, la Columbia.
Dopo che Colombo aveva aperto la via delle Indie, e gli europei si erano insediati nel nuovo mondo, ci fu necessità di manodopera per poter sfruttare le immense risorse offerte dalle nuove terre. La popolazione locale non riusciva ad adeguarsi al duro lavoro imposto dai conquistatori europei e la mortalità e le fughe degli indios indussero i colonizzatori a deviare il secolare traffico di schiavi diretto nel Mediterraneo verso l’America.
Nel 1619 la prima nave schiavista approda sul suolo americano.
Dall’Africa gli schiavi oltre la forza lavoro, portarono un ricco patrimonio musicale che assorbendo le parole e la musica degli inni trovati sul suolo americano diede vita ad un meraviglioso corpo di richiami e canti.
Non è tuttavia possibile stabilire un’ipotetica cronologia dei folk song nero-americani, profani e religiosi, tanto più che ciò che conosciamo è stato raccolto e catalogato in epoca abbastanza recente, possiamo però ordinare quei canti secondo la loro funzione, e anche in relazione agli ambienti in cui presero forma e maturarono.
Sarà questo il nostro prossimo argomento.

Autore: Giacinto Cistola

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LA BUONA STELLA
Non sopportavo più la sua presenza.

Il posto di guardia era già angusto per due persone e lui senza pensare a ciò, faceva venire la moglie e il figlio più piccolo ogni sera per farsi portare la cena. Lorenzo era il nome dell’arciere con cui dividevo il compito di controllare dalla torre ovest il passo che conduceva al tempio.

Teresa, la moglie, donna piccola e silenziosa, dai modi sin troppo gentili, aveva due grandi occhi neri. Capaci di leggere il cuore di chiunque.

A volte mi guardava con un velo di compassione come se fossi stato un invalido o colpito da chissà quale sciagura. E Sebastiano? La ciliegina sulla torta!

Il loro ultimo figlio, un bambino robusto e ben curato di quattro anni, invadente e fastidioso.

Correva e saltava continuamente, riusciva a star fermo solo per razziare la cena del padre o per tirare la mia barba.

Non avrei mai voluto una famiglia cosi confusionaria. Poi, sicuramente non sarei rimasto tutta la vita a controllare il passo, la mia abilità con la spada e i miei studi , mi davano il diritto ad ambire a qualcosa di più gratificante .

Quell’anno il conte invitò al castello tutti i nobili della contea a celebrare il Santo Natale, perciò eravamo stati avvisati che non avremmo usufruito di alcuna licenza. Sapendo questo, avvisai in tempo la mia famiglia e la mia donna, che non avrei passato il Natale con loro.

-“Dai! Non essere malinconico. Saremo tutti insieme qui, sulla torre, ad aspettare la nascita di nostro Signore.” – disse Lorenzo con la sua voce stridula, sputandomi addosso a causa dell’assenza dei suoi incisivi. -“…Teresa ci preparerà una cena degna di un re, e il piccolo Sebastiano sta imparando a memoria un canto adatto per l’occasione .”- Continuava a parlarmi con entusiasmo del programma che aveva ideato per il “Nostro” Natale. Non lo ascoltavo più, osservavo solo la sua brutta lingua che si sforzava sputando, di esprimere al meglio, senza inciampare in un canino solitario, le intenzioni del suo padrone.

No! Dovevo fare qualcosa per evitare quell’esperienza. Un Natale così mi avrebbe intaccato l’anima per tutta la vita.

-“…poi alla fine suonerò una ballata con la mia cornamusa! Eh? Che ne dici? Staremo meglio di tutti quei signorotti che si annoieranno a morte. Eh, Leonardo dimmi!?

Non gli risposi. Continuando a tenere gli occhi sgranati e fissi nel vuoto, gli voltai le spalle e scesi le scale di pietra che portavano al ballatoio delle mura.”Ci conto sulla tua presenza! Ah! Ah! Ah!” Mi urlò dietro.

Uscii dalla torre e feci alcuni passi sul ballatoio. Sotto di me, all’interno delle mura, tutto era in fermento. La vita del castello non era mai stata cosi agitata .

C’era un andirivieni di carri con sopra ogni ben di dio. Uno addirittura trasportava cinghiali, cervi, conigli e fagiani tutti .

Era arrivato anche il carro dei commedianti. Sarà stata sicuramente una settimana di gran divertimenti per i nobili e i cavalieri ospiti del conte.

Di certo pure i miei genitori avevano organizzato qualcosa di bello e divertente, ma sapendo che non sarei andato, avevano sicuramente ridimensionato gli eventi.

Mi girai lasciando il vociare concitato e appoggiandomi sui merli guardai fuori sulla ricca vallata.

Là oltre quell’ultima fila di colline vi era la dimora dei miei e la casa della bella Maria .

No! Non potevo rimanere li quella notte !!

Anche se avevo giurato eterna obbedienza all’ordine, io, arciere scelto Leonardo De Buy, figlio del mastro maniscalco Giovanni De Buy, non potevo passare la Santa notte rinchiuso in un’angusta torre con un villico come Lorenzo e la sua famiglia. Senza organizzarmi mentalmente, andai diretto a passo veloce verso il casotto degli ufficiali.

Entrai col fiatone e togliendomi l’elmo, esclamai :- ” Cerco il capitano.” -Guardai intorno.Nella saletta vi era solo una dama, seduta su uno sgabello, che teneva socchiuso sul grembo un piccolo libro.

-“Caro giovane, che vi è accaduto che entrate con tale irruenza e agitazione?”-

-” Nulla , signora…” – risposi abbassando il capo, – “ho solo premura di parlare con il mio capitano, signora.”

Mi guardò mimando preoccupazione e paura, poi sorridendo si voltò verso una porticina e con voce

ferma chiamò il capitano:- “Mio signore” – Dopo alcuni istanti dalla piccola porta ne uscì il capitano.

Un uomo grande e massiccio. Stava in brache e a petto nudo. Sorpreso dalla mia presenza, mi osservò per un istante, poi avanzando di alcuni passi, mi chiese in tono irritato cosa volessi .

-“Capitano. Sono Leonardo…” – “So benissimo chi sei arciere! Ti ho fatto una domanda. Rispondi.”

-“Si signore !..Vorrei .. ma ..non so..se “- non riuscivo ad esprimere ciò che nel mio animo era chiaro.

-“Allora!! Parla, o torna nella torre!” – urlò abbassando le sue folte sopracciglia.

-“Si signore, vorrei passare il Natale con la mia famiglia..” – Peggio non avrei potuto iniziare la mia supplica. -“E perché dovrei concedertelo. Sei forse malato o ferito?!?”- “No signore. Le porterei ,al ritorno dalla licenza, un bel regalo. Non so..un bel maiale grasso ..o ..delle oche”.

Alzai lo sguardo e vidi la dama e il capitano che si guardavano attoniti. Poi l’ufficiale alzò il suo sguardo su di me come una daga si leva sul capo del condannato. -“Non ti faccio fustigare a sangue per rispetto al mio signore e di questi giorni di festa. Torna al tuo posto di guardia e aspettati la giusta punizione a festeggiamenti conclusi.”
Mi alzai pesantemente e uscii. Forse l’ho offeso offrendogli un solo maiale. Pensai stupidamente.

Ero stufo di quella vita ricca di doveri e avara di diritti.

Stavo regolarmente al mio posto, ma assente e silenzioso. Lorenzo e la sua famiglia avvertirono il malessere che avvinceva e forse per rispetto, o perchè non capivano, non erano più spontanei e confusionari come sempre.

Ero deluso al punto da lasciare l’ordine quando, la mattina prima della vigilia, salì in torre il capitano. Ci alzammo di scatto dalla panca. -” Ai vostri ordini capitano!”

-“Arciere! Vai a prendermi una focaccia calda. Non ho fatto ancora colazione! “- Ordinò secco al mio collega. Lorenzo corse via, giù per i gradoni a spirale della scala.

-“Soldato! Ho meditato su come ti sei comportato l’ultima volta che ci siamo visti. Credo che tu sia stanco e scarico di ogni entusiasmo per la nostra missione. Vero?” – ” Si, mio capitano.” Risposi a bassa voce e non aggiunsi altro, evitando di dire ancora una volta qualcosa di compromettente. -” Quindi sono giunto a conclusione che hai bisogno, almeno per la notte di domani, di essere insieme alla tua famiglia.”

Non mi sembrava vero. -“Vuol dire che… posso…?” -chiesi incredulo, -“Certo, mio soldato! Finito il tuo turno, prendi il cavallo più fresco, e va! Ma torna non più tardi di dopodomani, all’ora del pranzo di Natale” –”Certo, certo” – “…e riguardo al maiale..non ti preoccupare, ne abbiamo fin troppo di cibarie” concluse avviandosi verso l’uscita. “Grazie, mio signore! Dio la benedica!”- dissi a voce alta inginocchiandomi. “No, ragazzo, non ti preoccupare, saluta la tua famiglia!”. Tornando su i suoi passi disse:- ” Ho saputo che tuo padre è un fabbro famoso e rinomato nella tua contea.” Mi chiese interessato- ” Si, sicuramente! E’ il più abile degli armaioli di tutto il regno!”- risposi pronto e sicuro di ciò che dicevo. “E’ appunto per tale motivo che ti chiedo una gentilezza. Fatti dare lo stiletto più bello che ha in magazzino. Sai, non ho ancora fatto un dono al nostro amato conte. “Si, certo!… e se non ne ha disponibili?” domandai preoccupato di non poterlo accontentare. “Una spada da cerimonia. La migliore!!” concluse ad alta voce, avviandosi definitivamente verso l’uscita.

Il cavallo non era dei migliori, ma tale era l’entusiasmo che non discussi per nulla contro lo stalliere. Dormii poche ore, e all’alba partii senza neanche salutare Lorenzo.

Avrei passato come ogni anno della mia giovane vita, quel giorno con i miei cari. A metà percorso, il cavallo era già stanco. Non forzai l’andatura, anche perché in quei giorni era impossibile trovare un cambio. Attraversai la vallata incontrando una frenetica euforia anche nei più piccoli e unici borghi del contado. All’imbrunire ero sul colle che dominava il mio paese. Fiaccole e lumini lo rendevano magico. Già immaginavo il volto di mia madre quando mi sarei presentato sull’uscio. Spronai il cavallo giù per lo stradone che s’insinuava nel borgo. Raggiunsi casa in un lampo, senza passare alla stalla a lasciare il cavallo. Arrivai diretto davanti al portone. Un brivido mi attraversò tutto il corpo, nessuna luce si intravedeva attraverso le finestre. Battei più volte il battocco, senza scendere da cavallo. Niente. Feci un giro veloce della casa, ma neanche dietro e nella stalla c’era anima viva. Tornai all’ingresso principale. Battei di nuovo sul portone nero e ostinato nel darmi un grande dolore. Non vi era nessuno.-” Madre! Padre! Sono Leonardo!!”- ” E’ inutile che urli ragazzo! Sono andati a passare il Santo Natale dai tuoi zii” disse una vocina proveniente dall’altra parte della strada. -“Sapevano che non saresti tornato per le feste.” Continuò: la riconobbi quando alzò il lumino vicino al volto. Era la vecchia Linda, una zitella che sapeva morti e miracoli di tutti i paesani. -“Quando sono partiti? ” le chiesi. -” Da due giorni. Che farai ora povero ragazzo mio?” rispose compassionevolmente. Scaricai un fremito di rabbia sui fianchi del mio cavallo che scattò con un po’ di ritardo. Si era quasi addormentato. Mi avviai, senza salutare la vecchia, verso la casa di Maria. -“Leonardo! Dove vai?” mi urlò qualcuno dietro. Mi voltai, tirando le briglie. -“Oh! Alberto! ” esclamai. -“Vado dalla mia promessa”. – ” Ma… Leonardo…Maria è da giorni  che è partita” -“Come è partita!” urlai verso Alberto, un giovane che conoscevo sin da piccolo, che a differenza di me non aveva mai concluso nulla e non era mai uscito dal paese.

– ” Leonardo, ma non vi scrivete! E’ al borgo, giù, sulla costa. C’è anche mia sorella al corso di cucito e, con l’occasione, andavano al gran ballo del duca” rispose con tono di rivalsa alla mia arroganza.

Colpito dagli imprevisti che si stavano susseguendo mi ammutolii. “Ciao, Leonardo! Ci vediamo eh! Io vado. Aspettano solo me per iniziare la cena.” Così dicendo sparì nel buio dei vicoli.

Rimasi in mezzo alla via, sopra un cavallo aggredito dal sonno più profondo. Passarono alcuni minuti prima che richiudessi le palpebre, ero sotto schoc, avevo rischiato di essere fustigato per essere lì con loro quella notte. E loro come mi ripagavano? Andandosene a festeggiare tranquillamente per il mondo. E Maria che mi aveva promesso amore per l’eternità? Senza mandarmi una missiva, se n’era già partita per non so dove. Non riuscivo ad accettarlo, pur sapendo che loro mi credevano in quei giorni al castello. Ero nervoso, stanco e affamato. Mi addentrai nei vicoli del paese alla ricerca di una locanda dove sedermi un po’ ma, ahimè erano tutte chiuse.

Non avendo le chiavi di casa ero costretto a pensare anche, come e dove passare la notte.

Ero arrivato nei pressi dell’uscita est del villaggio, ove all’angolo sinistro dell’ultimo edificio, vi era la taverna di Attilio.

Era aperta! La peggior locanda del paese era aperta ! Quando noi giovani girovagavamo la notte, ci guardavamo bene dall’entrarvi, talmente era lurida e maleodorante.

Era frequentata solo da poveri viandanti e banditi da quattro soldi. Mi affrettai a scendere da cavallo, che legai per finta ad un anello. Entrai. La bettola puzzava di cipolle marce e i sei tavoli che giacevano nella parte centrale del locale, non erano stati puliti da almeno una settimana.

Sul bancone vi era un unico moccolone di cera acceso, che avrebbe dovuto illuminare tutto l’ambiente. Nonostante gli sforzi, non vi riusciva.

-“Oste!”-dissi all’indirizzo dell’ingresso della cucina che sembrava l’accesso alla grotta di chissà quale mostro ripugnante.-“Chi è ?” urlò Arturo uscendo dalla cucina.

Era un uomo basso, grasso, con pochi capelli e la barba da glabro. Sul suo enorme e tondo stomaco, coperto da una camicia che non ricordava più il suo colore di nascita, vi era caduto o scontrato di tutto. -” Eh! Quale onore, un De Buy nella mia locanda!” disse appoggiando le sue grasse e tozze mani sul bancone. -” Che ci fa da queste parti?”. Non avevo proprio voglia di conversare, tanto meno con quell’uomo. -” Hai qualcosa da mangiare?” risposi chiudendo ogni via al dialogo. Mi guardò negli occhi per un istante e sentii che mi lesse nell’animo. Distolse il suo sguardo indagatore e come per rispetto al mio dolore, lo abbassò mormorando: -“Certo ragazzo. Siediti pure dove vuoi, ti porterò uno stufato di cinghiale, un po’ freddo, ma buono. Ti porto un po’ di vino?” – “Si, grazie.” risposi già voltato per sedermi. Con un coltellaccio da cucina, Arturo spazzò via i resti degli ultimi pasti consumati sul tavolo dove mi ero sistemato. Dopo un po’, mi portò lo stufato, il pane nero e una caraffa di vino.

-“Ragazzo, mi dispiace, ma appena hai finito il tuo pasto chiudo la locanda.” – disse facendomi capire di sbrigarmi. Inghiottii nervosamente a grossi bocconi la mia cena di Natale.

Dall’alto della collina, sotto la quercia più vecchia che si conosceva nella contea, diedi il mio saluto al mio villaggio, dove avevo in passato vissuto tante belle esperienze, ma che quella notte mi spaccò il cuore facendomi sentire l’uomo più solo della terra. Voltai il cavallo e ripresi la strada per tornare al castello. Non faceva freddo e quell’anno non aveva ancora nevicato.

Dopo un paio d’ore insonnolito e assente, mi accorsi che eravamo fermi, fuori la via, in mezzo ad un immenso prato leggermente in pendenza. Il cavallo non sentendo più il morso, era uscito di strada per nutrirsi e riposarsi. Poco più in là, vi era un bellissimo castagno, alto, imponente, ancora con le sue foglie in gran parte secche. Era così insolito vedere un albero di quelle dimensioni, solo, in mezzo ad un prato: provai simpatia per quel castagno solitario, solo come me. Scesi dal cavallo lasciandolo pascolare. La luna mi permise di camminare sicuro sino all’ombra dell’albero, ove mi sedetti.

Un incavo alla base del fusto e due grosse radici fuoriuscite dalla terra, mi offrirono un ricovero comodo e protetto. Davanti a me, si presentava l’intera vallata. All’interno delle sagome nere dei boschetti, colline, cocuzzoli e promontori, leggevo fiochi bagliori di luci, ove tante genti stavano raccolte insieme a celebrare in pace quella notte sacra. Immenso, bello, tanto da dar vertigini, il cielo, pur essendo notte, era luminoso nonostante le pochissime stelle, ma talmente luminose da far sentire la  luna piena sfocata e stanca. Non so se col tempo l’ho aggiunto io, ma credo di ricordare di aver visto nitida, audace e sicura, una stella attraversare il tetto celeste. La seguii con gli occhi lucidi: stavo vivendo e celebrando con la natura, quel momento particolare dell’umanità e della mia vita. Sentii che nonostante tutto appartenevo a questo mondo e lui mi apparteneva, e avrei dovuto godere ed apprezzare di più i momenti, le persone e gli avvenimenti che mi si sarebbero presentati in futuro, e soprattutto vivere serenamente con coloro che mi erano vicini e condividendo con loro, questo breve momento di vita concessoci, breve come il passaggio di quella cometa.stella copia

Autore: Cesare D’Antonio
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Il codice Maya

Il 21 dicembre 2012 e’ la data in cui si prevede la fine del mondo. Da fonti http://mysterium.blogosfere.it/2008/05/2012-la-profezia-dei-maya-la-fine-del-mondo-secondo-lultima-pagina-del-codice-di-dresda.html Ormai nel mondo del web gira una specie di febbre che addita questa data, non tanto lontana per la verità, per la catastrofe prossima ventura.

Ma su quali basi si portano avanti questo tipo di supposizioni ? A dir la verità qui qualche dato reale c’è, e deriva dalla conoscenza scientifica che oggi possediamo del calendario delle popolazioni della civiltà Maya.

Ma perchè i Maya avevano questa ossessiva preoccupazione per il tempo ?

http://www.maurocorinti.com/blog/2010/08/the-maya-code.html

I Maya avevano una vera ossessione per il tempo. L’intero territorio dei Maya, con le sue centinaia di città di pietra può essere classificato come un enorme monumento in stretta relazione con il tempo. Sulle mura che cingevano i campi per il gioco della palla, sui templi, sugli architravi, sui pannelli scolpiti e addirittura sulle conchiglie, sulla giada – usata in grande abbondanza – i Maya per un periodo che abbraccia circa 1000 anni, incisero le relative date non appena arrivavano alla conclusione dell’opera, o la incisero per celebrare qualche avvenimento del passato.

Un erudito ha perfino trovato un’iscrizione Maya che risale per novanta milioni di anni nel passato.

I Maya erano convinti che il mondo avesse sofferto apocalittiche distruzioni per quattro volte, e che quando il velo si alzò sulla storia dei Maya, essi stavano vivendo nell’epoca seguente la quinta creazione del mondo.
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http://www.maurocorinti.com/galleries/piramilandia

Autore: Mauro Corinti

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Babbo Natale e i regali…non più di moda

Vi sarà capitato in questi giorni o vi capiterà di vedere in tv uno di quei film natalizi in cui tra i protagonisti vi è la secolare figura del vecchietto con il cappello rosso conosciuto meglio come Babbo Natale. All’opera con i suoi folletti prepara in questi giorni milioni e milioni di regali per i bambini di tutto il mondo.

E’ capitato anche a me di vedere uno di questi film e di notare come tra bambole e macchinine di legno, peluche e giochi artigianali tutto sia veramente irreale.

Vi immaginate un bambino che la notte di Natale oggi, riceve per regalo una bambola di pezza? Oppure una macchina di legno…no…non ci siamo. I regali di Babbo Natale sono superati!

L’ho visto anche con i miei nipoti. Tra i regali più gettonati, console di videogiochi, personaggi dei cartoni animati e tutto ciò che di più tecnologico ci sia.

E’ passata l’era dei regali artigianali del caro vecchietto? Credo proprio di si e mi immagino lui e i suoi aiutanti intenti a rinnovarsi in questi ultimi anni per non perdere il lavoro. Si, perché anche Babbo Natale conosce la crisi lavorativa così come i folletti che tra corsi di aggiornamento e nuove professionalità da artigiani del giocatolo hanno dovuto imparare a diventare veri e propri periti elettronici.

Ma la “crisi del giocatolo tradizionale” svela anche una nuova realtà quella del consumismo che i bambini di oggi prediligono (grazie anche ai genitori) a discapito di molti valori primo fra tutti quello del meritarsi almeno una volta all’anno un regalo che sia si un premio ma soprattutto educativo…per la serie…se ti comporti male non avrai quello che desideri.

Insomma, la figura di Babbo Natale oltre a doversi rinnovare nei regali per non perdere il posto di lavoro è costretta anche a cambiare i propri valori e essenza educativa a discapito di una sua maggiore popolarità e non diventare da buono nonnetto a “inquisitore educativo”.

Cosa si fa per non perdere il lavoro e popolarità…si è disposti anche a scendere a compromessi! In una improbabile intervista il “vero” Babbo Natale ha dichiarato in questi giorni: “Dopo un periodo di depressione dovuto ad una mancanza di stimoli da parte di tutti i bambini del mondo ho deciso che per continuare ad esistere insieme ai miei collaboratori devo  cercare di rinnovarmi e ascoltare di più coloro che mi danno lavoro: i bambini”.

E aggiunge in conclusione:”Da oggi le cose cambieranno, per far fronte a tutte le richieste e ottimizzare le spese e i tempi di consegna niente più slitta e renne, solo Pacco celere3 con consegna entro 3 giorni lavorativi”.

Insomma, anche il vecchietto con la Barba bianca e il cappello rosso più famoso del mondo cambia le regole del Natale e tutti magicamente per continuare ad esserci diventano più buoni e disponibili, anche lui.

babboAutore: Adamo Campanelli

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Il Jazz: la sua storia, la sua evoluzione e i suoi musicisti

Mi rendo conto che il titolo può sembrare impegnativo e presuntuoso, in fondo sul jazz è stato scritto tantissimo, si scrive ancora tantissimo ed esistono pubblicazioni, tesi, riviste e festival in tutto il mondo, per non parlare delle possibile ricerche che si possono fare on line.
Bene, alla luce di queste considerazioni il mio scritto non avrebbe senso, se non buttare l’ennesima goccia nell’immenso mare del Jazz.
Il motivo che mi spinge a scrivere di e sul JAZZ, è condividere con voi una passione. La passione per la musica in generale, e per il Jazz nello specifico. Faremo insieme un percorso storico culturale, dove spero di potervi trasmettere la passione che mi ha contagiato tantissimi anni fa e che continua a donarmi gioia, meraviglia e crescita sia umana che professionale.
Proverò a togliere quell’aura intellettuale che circonda il Jazz e lasciarne la bellezza delle sue linee melodiche, dei sui ritmi e dei suoi intrecci armonici scoprendo la sua evoluzione attraverso i musicisti che ne hanno scolpito la storia. La musica, come tutte le ARTI, accompagna da sempre l’uomo nel suo cammino evolutivo. Ogni periodo storico ha la sua pittura, la sua letteratura, la sua musica che lo rappresentano, il secolo appena concluso è stato assolutamente il secolo del Jazz. Ma il seme che poi germoglierà in questa meravigliosa forma musicale è stato piantato molto tempo prima. Ed è da lì che partiremo.




Autore: Giacinto Cistola

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Finca Arroyo Negro-Caffè di Conservazione

Iefra3l Chiapas occupa il secondo posto nel mondo in materia di “megabiodiversità”,un privilegio dato dall’estesa varietà di ecosistemi.Questa caratteristica ha portato alla creazione di 43 aree Naturali protette con differenti strutture organizzative, dove predominano 5 riserve della Biosfera che rappresentano i siti stategici per la conservazione delle ricchezze Naturali e Culturali del paese.La risrva della Biosfera “El Triunfo”  http://www.maurocorinti.com/galleries/last-forest gioca un ruolo fondamentale nel sud-est Messicano, che per la sua posizione rappresenta l’area più piovosa,contribuendo nell’alimentazione della regione della Frailesca, Istmo-Costa e del Sconusco per la produzione agroalimentari ed energia idroelettrica. Senza dubbio negli ultimi anni si è vista coinvolta in un rapido cambio, dovuto alla trasformazione e perdita dei suoi boschi silvestri di diverse specie di piante ed animali. Questi cambi sono strettamente legati con la concessione di terreni interni alle aree protette in mano a proprietari senza scrupoli che, realizzano le differenti attività produttive per denaro, necessario al sostentamento delle loro famiglie, le attività principali sono l’agricoltura, allevamenti di bestiame, legname, e la coltivazione del caffè solo per citarne alcune. Questo quadro ci da un complesso mosaico che detrmina un massiccio sfruttamento delle risorse naturali, e della necessita di alternative per la conservazione, gestione delle Biodiversità e risorse che permettano una autogestione e autoregolazione da parte dei proprietari dei terreni situati nelle zone protette.

Autore: Mauro Corinti

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L’amicizia nel tempo di Facebook

Sono tornato da poco dalle vacanze. Il giorno che abbiamo lasciato l’albergo la simpatica ragazza della reception ci dice:”Mandatemi una cartolina da San Benedetto del Tronto e aggiungimi su Facebook!”.

facebookMi sono chiesto se questo fosse un modo ormai consolidato di scambiarsi l’amicizia attraverso uno dei social network più famoso di questi ultimi anni. Si, dovrebbe essere così mi dico fra me e me. Non passano alcuni giorni che inserisco il nome e cognome della ragazza sulla mia pagina personale per cercarla. Bene, 156 ragazze con lo stesso nome e dalle foto alcune chiare altre inevitabilmente non identificative…insomma chi aggiungere?Sono rimasto con questo dubbio. Perché è vero che “Libro Faccia” da la possibilità di trovare, ritrovarsi e conoscersi, ma ormai nell’ultimo anno facebook in Italia ha goduto di una crescita esponenziale di utenti, passando da circa 600.000 utenti dell’agosto 2008, a oltre 10.000.000 di utenti ad agosto 2009!
Quello che all’inizio sembrava una ghiotta novità per accorciare le distanze (per altro già offerto dalle mail, videochiamate, messaggistica varia istantanea) e rincontrare “amici” del passato ora diventa quasi l’unico sistema e se anche tu non hai la faccia nella rete sei tagliato fuori.
Condividere pensieri, parole, emozioni, immagini, video ecc… ogni momento rappresenta non più l’alternativa ma l’unica strada e quindi tutto diventa sempre più virtuale: i baci, i regali, il caffè…ne arrivano a bizzeffe sulla casella di posta, da persone conosciute “amiche” ma anche da sconosciuti, perché magari amici degli amici degli amici degli amici…che si è deciso di “aggiungere” per non fare torto a nessuno.
Non sono un Facebook dipendente eppure non disdegno ogni tanto collegarmi per vedere che cosa fanno gli “amici”, tra virgolette si, perché sono convinto che pur avendo 1500 amici, circa 2-3 rappresentano realmente l’essenza pura dell’amicizia di sempre che neanche Facebook potrà sostituire. Solo chi ti ha visto piangere, crescere, sorridere Realmente può essere tuo amico, gli altri sono solo “conoscenze” amicizie da bar e null’altro.
Sto ancora cercando la ragazza della reception…perché non voglio che pensi di non averla voluta come amica…eppure era stata così simpatica e disponibile in quei giorni e quindi perché non aggiungerla nella mia lista? Continuerò a cercare…però mi chiedo come mai non ci siamo scambiati il numero di telefono o una mail…non era meglio? Senza parlare dell’indirizzo… troppo retrò…naaaaa!

With King Tommen recusing himself of the proceedings
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