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Slow food o artigianato?

marzo 15, 2010 by · Leave a Comment 

Una sera come tante, una gruppo di cari amici un’ amatriciana ed un bottiglia di vino che … non avevano sapore.
Da ciò nasce un piccolo dibattito che mi ha fatto riflettere molto, c’era chi diceva che quelle pietanze seppur insapori andavano benissimo,e chi come me avrebbe preferito che avessero un sapore più deciso.
Del sugo c’era solo il colore, i pomodori erano venuti su non rispettando i ritmi biologici ed i processi di fermentazione del vino sicuramente accelerati.

Ho rapportato tutto al mio settore quello dell’abbigliamento,gli abiti ormai sono come i pomodori!!
Produrre,produrre,produrre, questa è la parola d’ ordine!! Per molti non importa più il “come” produrre, ma bensì il “quanto”!
Comprare un capo con pochi spiccioli non è un vero affare come molti credono, sia per la durata che per la qualità.  Spesso questi prodotti, realizzati con derivati del petrolio  sono  tinti con sostanze altamente tossiche, causa di frequenti allergie cutanee.
Nulla contro le merci di importazione, anzi adoro questo mescolarsi di culture e colori nel guardaroba, ma non tollero tutti questi prodotti, frutto di sfruttamenti ed inquinamento.
Si sta facendo molto per l’ecosostenibile in tutti i settori, ed in questo grigiore della crisi economica è meraviglioso assistere  a questo ritorno delle cose sane, molto bella la tendenza partita da Manhattan che si sta’ diffondendo rapidamente, quella di creare piccoli orti individuali su tetti e balconi. Anche la moda sta contribuendo alla slvaguardia del pianeta con progetti che uniscono vintage, piccola sartoria e riciclaggio.
Diciamoci la verità non è piacevole avvolgerci nella plastica, quando potremmo vestirci di seta o lana;
sarebbe come preferire il fastfood all’agriturismo!!
Voi cosa ne pensate??

Autore: Sabrina Bruni

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E’ finito il tempo del “fai da te”

febbraio 12, 2010 by · Leave a Comment 

1L’uomo ha da sempre provveduto da sè al proprio luogo dell’abitare ed è quindi quasi normale che i professionisti del settore siano interpellati solo per i limiti imposti dalle normative e nei “casi disperati”: problemi impegnativi, disaccordo tra le parti o mancanza di tempo. Ed è giusto così, la casa ci deve appartenere e con tutti i sensi. Far da sè la propria casa non è un’invenzione dell’IKEA, questa ha solo sfruttato e stimolato una tendenza che c’è fin dai tempi in cui l’uomo abitava le caverne.
Ripeto, è giusto così, ognuno deve poter decidere l’esperienza che vuole vivere nel proprio habitat.
Diversa è la cosa quando si pensa di utilizzare lo stesso approccio per l’attività imprenditoriale, e mi riferisco principalmente al settore dell’ospitalità. Il rischio più frequente del “far da sé” in questo ambito è quello di mettere a fondamento del progetto esigenze di ordine diverso da quelle proprie dell’accoglienza.
Il budget, il proprio gusto, o il desiderio di esprimere la propria creatività sono tutti aspetti di cui si può e si deve tenere conto, mixati però in un processo di sviluppo ordinato di cui può occuparsi solo chi si trova alla giusta distanza di messa a fuoco e goda di un punto di vista privilegiato. Accade con una certa frequenza che questa figura sia individuata nell’azienda che andrà ad eseguire questa o quella opera, ma si sa o almeno si dovrebbe sapere che la naturalezza con cui quella risolve le cose è solo determinata dal suo orientamento produttivo, ovvero da ciò che è nelle sue possibilità e convenienze fare.
E’ così che capita di trovarsi in ambienti dove, ci sono apparati decorativi importanti e spesso costosi, ma di scarso confort, o altri in cui gli arredi anonimi e simili a tanti, sono distribuiti nello spazio così come si fa con le carte su un tavolo da gioco, o ancora altri dove la luce sembra quella della stanza degli interrogatori alla stazione di polizia. Soggiornando in queste stanze cosa colpirà: il bel colore del rivestimento del bagno o la mancanza di spazio dove appoggiare il beauty case? sarà il grande spazio a disposizione o la sua anonima e casuale occupazione? o la fastidiosa disarmonia dell’illuminazione?
La persona che viaggia, per affari o per turismo, con la famiglia o sola, non cerca più solo una stanza dove riposare. Che sia per una notte o per più giorni, cerca una nuova esperienza da vivere, non un bivacco dove sostare.
Oggi, con la rete, è quasi impossibile per un viaggiatore trovarsi di fronte a situazioni inaspetatte o sgradite, tutto è verificabile, i rischi quantomeno sono valutabili ed è possibile lasciare un feedback per quelli che verranno dopo. 
Un buon soggiorno non lascia il cliente solo soddisfatto, lo fidelizza e ne fa strumento di promozione, perché vorrà far conoscere a tutti le qualità di quel posto e l’esperienza vissuta, come pure vorrà evitare ad altri di viverla se spiacevole.

 

Autore: Antonio Catasta

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Frenesia e… Fantasia

gennaio 18, 2010 by · Leave a Comment 

ok1Mancavano una manciata di giorni alla serata più attesa dell’estate, quando mi proposero di tirar su un defilé in un residence per intrattenere i clienti che cenavano ai bordi della piscina.
Con grande piacere accettai la proposta, già immaginavo le indossatrici che illuminavano quella notte magica. Presi immediatamente il cellulare dalla borsa e schiacciai il tasto destro per capire realmente quanti giorni avevo a disposizione… decisamente pochi, molto pochi ma: riducendo qualche ora di sonno, usando il pc solo per necessità e rinunciando a qualche uscita dovevo farcela!
Count-down. Infiniti sketch nella mia testa e sul mio notebook di: particolari, accessori,  tessuti, musica, colori…
Telefonate, talvolta anche con addebito (grazie a tutti coloro che mi hanno sempre richiamata ?),appuntamenti, commissioni agli amici più cari, parcheggi in doppia fila volando fra tessutai, mercerie, tipografie e prove.
Frenesia che mi divertiva molto, ogni passo era una pennellata che man mano dava colore e movimento alla tela. Gli ultimi due giorni sono passati senza che me ne accorgessi, come se fossero stati un’unica giornata. Il filo entrava velocemente nella cruna e l’ago si infilava tra perle e coralli ancorandosi alle trame più o meno lente dei tessuti, donando ai capi quel tocco di magia, che rende preziose le fresche serate estive.
Nel Backstage tutto era pronto, i gioielli disegnati per ogni capo accerchiavano già i corpi delle modelle. L’ uscita era prevista per le ventidue… eravamo anche in perfetto orario, quando ci comunicarono che la cucina aveva avuto degli imprevisti e la sfilata ritardava… le lancette di un freddo orologio appeso alla parete scandivano ogni secondo e per un attimo ebbi come la sensazione di svegliarmi da un bel sogno che come succede spesso non era finito.
Ecco che dopo un’interminabile attesa,  gli organizzatori iniziarono il conto alla rovescia, la voce dello speaker annunciò con tono allegro il defilé: “i colori degli abissi”, così con un affettuoso applauso degli spettatori si aprì il sipario… il ritardo non fu  del tutto negativo dato che era ormai mezzanotte ed i fuochi d’artificio hanno colorato sia il cielo di ferragosto che le mie creazioni.
Sensazioni uniche, irripetibili, il mio primo defilè rimarrà sempre fra le pagine della mai vita, un giorno sarà solo un ricordo ingiallito…
…ma sono i bei ricordi a darci la spinta quando il vento non è dalla nostra parte.

Autore: Sabrina Bruni

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E’ un gran bel gioco! (leggere con espressione, please)

gennaio 4, 2010 by · Leave a Comment 

Se cerco di stabilire quando fu che iniziai ad occuparmi di design non posso che pensare ai pomeriggi trascorsi con l’amico Jorge in quel piccolo caffè sull’angolo di piazza Leopardi nel quartiere di Albaro a Genova.
Un dopo pranzo seduti su di uno scomodo divanetto lanciavamo tovagliolini di carta appallottolati cercando di fare “canestro” nel cestino; eravamo troppo in basso, con la bocca del cestino molto più in alto e ovviamente orizzontale, con nessuna possibilità di giocare di sponda. Risultati: cartacce sparse a terra intorno al barattolo e gli sguardi per niente intriganti con cui Nora, la bella barista, ci fulminava.
Che noia quei portacarte, tutti uguali a parte il materiale. Per coltivare il nostro passatempo dovevamo inventarci qualcosa di diverso: un gioco nuovo? Macchè! Un nuovo cestino: con apertura a fetta di salame, era un’ottima soluzione!
L’idea ci piacque e decidemmo di non fermarci, ma di darci da fare a ripensare quegli oggetti dalle forme obsolete. Perché inibire delle menti così brillanti?
Quella solita tazzina da caffè, marrone fuori e bianca dentro, chi aveva stabilito che dovesse avere una sezione sempre circolare da sotto a sopra? Era ora di cambiare! La bocca della tazzina poteva essere quadrata ma con i lati leggermente arcuati per evitare che il liquido uscisse dagli angoli delle labbra e la base restare circolare, che è una bella comodità per aggiustarla sul piattino.
I tovagliolini di carta divennero fogli per i nostri schizzi.
Non era proprio l’inizio di una carriera! Che ci fosse già qualcosa in questo senso è più che evidente, ma soprattutto era un modo di giocare di due diciassettenni con una passione per il disegno e la progettualità che non li avrebbe mai abbandonati, almeno me, visto che il mio amico si è fermato a fare il militare.
Il design non è il più bel gioco del mondo, rischierei di far torto a qualcos’altro, ma posso assicurarvi che è un gran bel gioco e che soprattutto non viene a noia.


Autore: Antonio Catasta

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Non ci sono sogni impossibili…

dicembre 18, 2009 by · 2 Comments 

Aghi, fili e ditale sono stati sempre presenti nelle mie giornate, sin da piccola, quando emulavo i gesti di mia madre e mia zia mentre ricamavano, ma con il passare degli anni cresceva sempre  più l’amore verso l’ eleganza.
Fare la sarta? Mi ha sempre affascinato, ma non volevo entrare nella categoria delle “sartine” anche se  a mio avviso questo termine è molto diminutivo,dato che saper cucire un bottone è già un’ arte!
Dopo  essermi diplomata come progettista d’abbigliamento ed aver lavorato per varie sartorie, avevo già accumulato numerose esperienze e ricevuto proposte di lavoro; tuttavia sentivo dentro un bisogno di crescita professionale maggiore, non potevo bloccare lì le mie conoscenze e fare solo quello. L’ estate della maturità mi sono trasferita a Roma,dove, con molta umiltà e moltissima voglia di imparare,  ho bussato presso  alcune botteghe di sarti i quali mi hanno informata sulla presenza della “Camera europea dell’ alta sartoria”.
In una tiepida giornata di settembre, mi sono recata presso la struttura per il colloquio, precedentemente fissato; mi vengono poste  varie domande da parte del presidente che dulcis in fundo mi comunica che i corsi sono a numero chiuso.
Nella saletta d’attesa, arredata in modo molto elegante, aspetto le loro decisioni. Intanto circondata da tessuti di ogni tipo immagino il mio futuro, mentre ripetevo fra me e me che non ci sono sogni impossibili.
Il silenzio di quest’ interminabile mezz’ ora viene interrotto dalle congratulazioni dei responsabili che mi consegnano il modulo d’ iscrizione.
“Incredibile! Dal mese prossimo potrò seguire le lezioni dei più importanti sarti italiani, chiedere a loro consigli ed essere corretta ogni volta che ce ne sarà bisogno,che meraviglia … non mi sembrava neppure vero” mi son detta, ricordo perfettamente queste parole e grazie a mia sorella che mi ha aiutato economicamente nei primi mesi, ho potuto compiere quest’ importante passo che mi sta’ dando ottimi risultati!
Frequento già il secondo anno accademico, ed ogni giorno grazie all’ esperienza dei  Maestri sarti, apprendo le basi ed i segreti del mestiere.


Autore: Sabrina Bruni

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