2 agosto 2010
Così vicino così lontano

Così Vicino Così Lontano
Che palle,  ‘sta fila nell’ufficio postale. Mancano ancora molti ondeggiamenti prima della linea gialla che delimita la zona di rispetto. L’odore umido degli abiti e degli ombrelli ripiegati tra la gente pressata si mescola a quello degli aliti tormentati. Lo sguardo di tutti è assente, concentrato sul nulla, di tanto in tanto messo a fuoco con ripetizione sempre uguale sui campi giallo sbiadito oppure verde sedano, sono questi i colori tenui e funesti che contraddistinguono il grado di sventura che gli avvisi di raccomandata possono annunciare; fra non molto quella fila di preavvisi si trasformerà in accidenti e malasorti. Le code degli occhi svicolano per non correre il rischio di uno scambio di emozioni. Due ordini di fila più in là, in quella dei meno sfortunati nella disgrazia di questo giorno esattissimo ci sono quelli che pagano i bollettini; accidenti materiali e concreti, ben diversi dalle sinistre insidie che si nascondono dietro le raccomandate A.R. É una fila più nervosa e compatta, fatta di ondeggiamenti e sbadigli, già rassegnata alla soluzione. Tra gli ondeggiamenti e il chiacchiericcio sincopato riconosco Valeria camuffata nel trucco montato male e nascosta dietro gli immancabili occhiali scuri. Valeria ha superato da poco i quaranta e non accetta i segni del tempo, mi saluta con un breve cenno della mano bloccata dal giro di manico di una spropositata borsa griffata, nell’altra mano un mazzetto di bollettini da pagare del negozio di mattonelle dove lavora come ragioniera. É separata dal marito, quasi come tutte quelle della sua età, un acido di rabbia e di tristezza le corrode di giorno in giorno la pelle e lo sguardo, ha smesso di sperare e di sognare, l’unico conforto ora lo cerca nel “Tè bancha” e nel “Reiki”, qualche bagliore di stella e qualche bava di sorriso li aveva cercati invano nella nuova “Ypsilon” bicolore; a parte il non fumarci dentro e usare lo specchietto retrovisore per le ripetitive ispezioni dell’herpes che le tormenta le labbra da quando si è separata da Alvaro di altri successi significativi non ne ha un granchè ottenuti.
Fuori, oltre le vetrate maculate dalla pioggia e dallo smog, la mattinata di un lunedì di gennaio scorre mucosa, appiccicandosi densa sulla colonna serrata di automobili in coda.
Mancano ancora molte scansioni di numero prima del mio turno.  Si libera una seduta, una rapida ispezione stimativa sull’età degli altri disgraziati, i miei cinquantunanni consentono il privilegio; mi siedo, il dolore alla cervicale cerca un nuovo assestamento battendo colpi forti e profondi. Che bello invecchiare, ci si sente con la coscienza a posto quando ci si siede. Guardo ancora la vetrata, le goccioline scivolano verso il basso lasciando sulla superficie segni di traiettorie grigiastre. La cassettiera dei ricordi improvvisamente propone un immagine, un suono; Lou Reed che canta nel film “Cosi Vicino Cosi Lontano” di Wim Wenders: “Devo prendere appunti…quel verso bellissimo di ieri sera l’ho dimenticato…Come faceva? Ma cosa ho fatto ieri sera?!”. Mi perdo, mi assopisco nel cantuccio di quella densità di suoni e immagini. É arrivato il mio turno, ritiro la raccomandata, sul bordo alto a sinistra la stampigliatura del mittente, proviene dall’ufficio cultura del Comune di Foligno.
Esco dall’Ufficio Postale, ha ripreso a piovere fitto, salgo in macchina, accendo la dodicesima “Gauloises” di questo giorno, la duecentossessantaquattronovecentonovatamillesima sigaretta della mia vita. Apro la busta, la capacità di lettura meccanica mi consente una rapidissima scorsa fra gli innumerevoli: “in riferimento”, “secondo”, “preso atto”, “delibera di – delibera del”, “competenza di”, un imbecille, un dirigente dell’Ufficio Cultura, uno di quegli impiegati di razza, mi chiede di integrare i documenti già inviati con il curriculum vitae. Guardo avanti, nell’immediato a me di fronte, sul parabrezza lercio di dentro di nicotina stratificata e torturato di fuori dalle lordure metereologiche, bestemmio iddio e la madonna che comunque credo stiano dalla mia parte.
Cazzo centrano; numeri, date, nomi, titoli, attestati con uno dei capolavori della mia vita? É già tutto lì dentro; la verità è lì dentro, quello che ci ha messo mio padre in un momento d’estasi, quello che ci ha messo mia madre dopo nel latte, le aste delle maestre, il catechismo, la comunione, la cresima, le orsoline, le gaetanine, le corse al mare, le pisciate contro i muri, i colpi di fionda, gli accordi di chitarra, le sudate sul palco, il partito comunista, i sampietrini divelti, Marx, Heghel, la matematica, la grammatica, i numeri primi, il passato prossimo, il futuro anteriore, la profondità di campo, Ciaikovski, Berg, Merleau-Ponty, i Pink Floid, Sartre, Bechet, Truffaut, Guccini, Pasolini, Ozu, Leopardi, Croce, Berio, Lyotard, Platone, Klee, Deleuze, Deridda, Calvino, sono tutti lì. Lì dentro, nelle settantatrè pagine e nelle 14 fotografie che ho inviato all’Ufficio CULTURA? Cosa bisogna aggiungere? Cosa cazzo bisogna certificare? Tutto è già una mappa di identità, tutto è già scritto, materializzato davanti agli occhi di chi ha la volontà e la capacità di guardare e non soltanto di vedere. La firma che uso e che voglio usare è: danilo cognigni, punto e basta. Senza né Dott. né Prof. Sto organizzando una mia mostra, non sto facendo domanda per un posto da cantoniere dove per guardare che la terra si spala da sola occorrono tre lauree,  almeno quindici anni di esperienza lavorativa e raccomandazioni grandi come padreterno.
Dopo la furia mi calmo, accendo la radio sintonizzata perpetuamente su Radio 3, quella voce di un etere lontano mi è sempre appartenuta, un al di là prossimo, una durevolezza della tenuta; una tendenza indelebile al restare inalterata sotto l’azione degli agenti di ore e giornate.
Mi avvio verso casa, le strade e i viali sembrano bloccati in una istantanea sbiadita, tutto scorre ai bordi della cornice; tempo liquido, dissolvenze umide, come in una sequenza di frame di Andrei Tarkovsky.
Nel tardo pomeriggio scrivo una lettera di risposta, nel lettore cd un brano di Gianni Pettenati, “Bandiera gialla”, fotografie sparse, fogli scarabocchiati, corrispondenza ancora da aprire, pacchetti aperti di “Gauloises Blondes” ovunque, smette Gianni Pettenati, inserisco Piero Ciampi, seguono Patty Smith e David Byrne, la sveglia acquistata nell’83 segna circa le 4 di pomeriggio.
Scelgo la biro migliore con inchiostro blu.

Gentilissima dottoressa Flamini,

in riferimento a sua raccomandata A.R  ecc., ecc, del ecc., ecc., con la presente vengo a soddisfare con una breve sintesi la Sua richiesta: 

1) in un lontano giorno del 1978 pensai che avrei voluto fare una scorreggia per raggiungere la luna;
2) ho continuato poi negli anni a pensare ininterrottamente a quella ispirazione;
3) a tuttoggi essa rappresenta il più profondo convincimento.

Nell’assoluta certezza di aver soddisfatto appieno la Sua richiesta e nell’aver così  reso completo il protocollo di presentazione, resto in attesa di giudizio definitivo per l’allestimento della mostra in oggetto.

Saluti, data, firma, ecc., ecc.,

Affrancatura ordinaria, buca delle lettere del quartiere, il quinto caffè della giornata al bar di Teresa e la ventitreesima sigaretta.
Guardo il cielo, un gabbiano traccia la sua rotta decisa nella densità imperturbabile di un giorno che sfinisce nel suo tramonto, il rumore di una pozzanghera schiaffeggia il muro d’aria che mi separa dal mondo, il passo si fa lento, l’ombra del giorno è oramai stesa, un cane piscia sulla superficie di un pneumatico incrudito dal freddo, il dente cariato riprende a perseguitare la gengiva, tra me e il cielo il vuoto simmetrico di un lampione a luce gialla.
Il gabbiano vola e ritorna, vola e ritorna ancora, e ritornano pure loro, i ricordi, le prossimità, le mongolfiere della mente.

Tenevo il timone, l’imbarcazione era molto grande, un peschereccio verniciato di azzurro e bianco da 20 tonnellate. Era la fine dell’estate dell’84, primi giorni di ottobre, il mese più profumato, quell’arco di stagione dove la natura festeggia il suo successo prima di riaddormentarsi. A diverse bracciate di miglia al largo di Vasto un anziano marinaio mi spiegava che bisognava mantenere l’ago della bussola sempre allineato con la rotta prefissata, guardare l’orizzonte, sentire la coda della barca e ascoltare il rollio del flusso d’acqua sotto lo scafo. Soltanto quando tutto raggiungeva un ritmo armonico si poteva avere la certezza di un’ andatura marittima giusta. … è come una musica, un ballo, un respiro sano….! … Tieni le gambe un po’ allargate, trova il giusto equilibrio tra il tuo fianco destro e quello di sinistra, appoggia le mani sul grande cerchio che forma il timone, …tu lo sai perché è un cerchio quello che reggi fra le mani? Beh! perché … perché è ovvio, come dovrebbe essere altrimenti sentenziai io? Una sua grande risata riempì tutta la cabina, c’erano tutte le tempeste del mondo, tutti i voli dei gabbiani, tutte le notti di luna piena in quel ridere fatto di sale e bronchiti curate male. …il mondo è rotondo caro mio, la luna è rotonda, il sole è rotondo…anche il mare è rotondo…a te non sembra, ma è rotondo pure il mare… Mica lo vedi quello che succede laggiù dietro l’orizzonte…e poi lo vedi che pure la bussola è rotonda!!! Rimasi a pensare a tutte quelle rotondità nel mentre continuavo a “manovrare” con colpi di arco di giro a manca e a dritta, cercavo di mantenere l’ago della bussola su quell’arco di cifra in gradi sul quadrante. Era una vera e propria lotta, correggevo a manca e finivo troppo a dritta, sterzavo (viravo) appena a dritta e l’ago continuava a non collimare. Era un continuo scorrere del quadrante, l’ago andava e riveniva nel breve arco di giro compreso fra 42° e 56°. Cercavo i suoi occhi, cercavo la soluzione nella sua risata, aggiustavo la posizione delle gambe e del tronco. …respiri male amico mio, sei nervoso, il mare lo devi stare a sentire, è lui che ti porta mica il motore…hai capito che è rotondo, hai capito che il cerchio è grosso…
Ci riprovo, riprovo a concentrarmi, riprendo i continui aggiustaggi, ero fuori tempo, reagivo ai colpi del mare fuori tempo, rispondevo convulsamente ai colpi di sponda che il mare mi proponeva …sul mare si dondola ragazzo, si dondola sempre, come il campare…se resti teso la vita ti schianta ragazzo mio… Il mare non lo vinci, lo puoi solo convincere, ma prima devi essere tu a stare a sentire. Riprendo, riprovo, ritento, lui guarda il mare lontano, in silenzio, chiamava a se quel silenzio che veniva di la’, oltre la linea. …senti il mare sotto lo scafo, senti come l’acqua raschia le parate…vedi laggiù, la vedi l’acqua che ti sta aspettando, la vedi che ti sta già dicendo come devi fare…ci sei mai stato a donne tu, certo che ci sei stato rispondo io con tono avvertito, un bello giovane come te,… e che facevi tutte ste sfriciate…quando stavi là dentro a che pensavi, pure là ce sta l’acqua lo sai no, …nasciamo dentro l’acqua noialtri…e pure la panza delle donne è rotonda…pure le palle so’ rotonde…pure la rete è fatta a forma de panza…senti il mare, guardare serve a poco…puoi pure chiude gli occhi quando tieni il timone…sei hai  spiegato bene dove vuoi andare, lui, lo maro, ti ci porta … e mettete lo berretto senno l’equilibrio non lo tieni…lo vedi questo che porto in testa, non me lo levo manco quanno se magna, so’ sessantasetteanni che non me lo levo, …e tu che c’è fai co si capelli lunghi, mica stamo a lo cinema! Spegne il motore, pian piano la barca si ferma. Inizia un leggero dondolio, la punta dello scafo becchetta l’acqua, si sente l’aria accarezzare le superfici, leggeri tintinnii di cime che sbattono, odore di mare e di ruggine, un sole spaventoso acceca la scena, sciaquettio d’acqua, cigoli, il suo respiro come un mantice. Passano dieci minuti lunghi come un’ eternità. …arricordete sto’ rumore ragazzì, ricordatelo quando passi lo maro, senno dritto non ce vai. Riaccende i motori, aggancia il rapporto al motore. Mo vanne dritto… Mi ordina. Riprovo, l’ago era più fermo, la rotta sembrava mantenuta, lo guardo è dico: adesso vado bene?! Torna lo scroscio di risate e tuoni di tosse, poi mi dice…guarda dietro cumpà, guarda la scia, è tutta na’ curva..la’ ce stà scritto quello che sei…e quello che stai a pensà…mo quanno tornamo a terra te faccio magnà be’, perché mesàtanto che tu non magni be’, e manco dormi be’. E giù un’altra scrosciata di risata…damme quà cumpà che semo fatto ride tutto lo mare e li pesci che ce stanno dentro…Uscii fuori, m’appostai sul punto estremo della prua, a cavalcioni su quell’angolo acuto che tagliava il mare. Di tanto in tanto mi giravo a guardare, lui era lì dietro il vetro opaco di sale e tempo della cabina, nella sua immobilità, sembrava un oracolo incoronato, rideva in una gran festa di spruzzi d’acqua e rotte di gabbiani.

Avevo venticinque anni allora, ero esattamente a metà del percorso della vita che ho trascorso, mezzo secolo e una manciata di date da ricordare.
Mi trovo spesso ad osservare i ciclisti che passano, sembrano marziani in tenuta ginnica, caduti giù per caso dal loro lontano pianeta. Costretti nelle loro tute, incatenati ai pedali, nascosti sotto elmi florescenti. Non è bello il mio sguardo verso di loro, io lo so.

Autore: Danilo Cognigni



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