18 aprile 2011
ITALIA IN NERO: I FILM TRATTI DAI RACCONTI DI GIORGIO SCERBANENCO

Giorgio Scerbanenco (italianizzazione di Volodymyr-Giorgio Šerbanenko) nato a Kiev il 28/07/1911 da padre ucraino e madre italiana si trasferisce dapprima a Roma poi a Milano, dove, costretto per motivi economici ad abbandonare gli studi (non completò nemmeno le elementari), prima di arrivare al mondo dell’editoria, pratica molti mestieri: operaio fresatore, magazziniere, fattorino, conducente di ambulanze. La sua carriera inizia collaborando come correttore di bozze e redattore a numerose riviste, tra cui noti settimanali femminili (Novella, Bella, Annabella), persino come titolare di una famosa rubrica di “posta del cuore” (La posta di Adrian), prima di dedicarsi all’arte della scrittura narrativa, diventandone da subito uno dei più prolifici e versatili esponenti, spaziando dai romanzi di genere western, fantascienza e persino quelli rosa per signore. Ma è sicuramente col giallo e soprattutto il noir che, a partire dai primi anni settanta, Scerbanenco raggiunge una discreta fama, fino ad essere da molti indicato come uno degli scrittori più importanti di questi generi. All’interno di questi romanzi emerge un amaro spaccato umano che rivela una nazione difficile, colma di cattiveria e ansia di emergere a tutti i costi, spesso in contrasto con l’atmosfera vitale e brillante del boom economico. Dopo aver debuttato nel genere già nel 1940 con, Sei giorni di preavviso, primo di una serie di cinque volumi dedicata all’investigatore Arthur Jelling (un archivista della polizia di Boston), la consacrazione arriva però tempo dopo e precisamente nel 1966 con la serie che vede protagonista il personaggio di Duca Lamberti, giovane medico radiato dall’ordine e condannato al carcere per aver praticato l’eutanasia su una paziente, divenuto in seguito una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di Milano. Dopo il primo titolo, Venere privata, ne seguono altri tre: Traditori di tutti, 1966, (vincitore del premio francese Grand prix de littérature policière quale miglior romanzo straniero), I ragazzi del massacro, 1968, I milanesi ammazzano al sabato, 1969. Proprio nel momento culminante della sua carriera però, muore improvvisamente a Milano il 27/10/1969. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio per la narrativa gialla italiana, il Premio Scerbanenco. Per saperne di più sull’autore vi invito a consultare l’imperdibile autobiografia di 28 pagine, Io, Vladimir Scerbanenko, in appendice all’edizione Garzanti di Venere Privata (Serie Gli Elefanti). Dopo questa breve premessa sull’autore e le sue principali opere letterarie veniamo alle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi più conosciuti. Il primo ad “approfittarne” è il regista, sceneggiatore e scrittore di origini pugliesi Fernando Di Leo, senza dubbio l’uomo di punta del cinema noir nostrano, che nel 1969 gira I ragazzi del massacro. La vicenda narra lo stupro e l’uccisione di una malcapitata professoressa ad opera di un gruppo di studenti in preda ai fumi dell’alcool sulla quale indaga il commissario Duca Lamberti. Pur prendendosi diverse libertà rispetto al racconto originale Di Leo realizza un opera in cui mette in scena problematiche sociali dall’incredibile attualità (il disagio giovanile, l’uso sconsiderato di droghe) fuse ad un intreccio tipicamente giallo basato sull’indagine effettuata dal commissario, interpretato da un credibile Pier Paolo Capponi, con tanto di colpevole da individuare. La tensione rimane alta per tutta la durata del film grazie ad una sceneggiatura semplice (ma efficace) e dal discreto ritmo anche se forse il finale, diverso da quello originario del libro, risulta a mio avviso più sensazionale ma meno coerente. Memorabile, come spesso accade nelle pellicole del regista, il prologo iniziale in cui assistiamo alla fulminea e silenziosa (la scena è priva di qualsiasi rumore), ma realisticamente agghiacciante, deflagrazione della violenza ai danni della povera insegnante, mostrata o meglio suggerita dal montaggio frenetico. Si dice inoltre che i giovani attori, presi direttamente dalla strada, fossero realmente dei ragazzi disagiati. L’anno dopo escono a distanza di poche settimane altri due film tratti dai racconti dedicati alla figura dell’eccentrico Duca Lamberti: Il caso venere privata, diretto dal francese Yves Boisset e La morte risale a ieri sera per la regia del “nostro” Duccio Tessari. Il primo racconta le gesta del medico radiato Duca Lamberti che, per curare un ragazzo caduto in depressione, dopo il ritrovamento del cadavere di una giovane donna con cui aveva avuto una breve relazione, inizia ad indagare sull’apparente suicidio. Stavolta tocca ad un nostro “cugino” transalpino (anche se la pellicola è comunque in coproduzione con l’Italia ed è girata a Milano) mettere in scena uno dei romanzi più conosciuti dello scrittore originario di Kiev, a mio avviso, non nel miglior modo possibile poiché, se da una parte assistiamo ad un incipit folgorante in cui una giovanissima e “nudissima” Raffaella Carrà immortalata (anche se da distanza non proprio ravvicinata) in inequivocabili pose sadomaso, ad una buona prova del resto del cast, in primis Bruno Cremer, uno dei futuri Maigret televisivi, nei panni del Duca e a interessanti sprazzi nell’uso originale della macchina da presa, dall’altro però il ritmo non riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore fino al finale per via di una sceneggiatura dalla struttura noir canonica che non riesce a trasmettere né l’atmosfera né la suspense rintracciabile nel libro. Da vedere ma non memorabile dunque se non per la presenza (oltre della già citata Carrà) di Mario Adorf ossigenato e sfuggente e di Agostina Belli in una piccola parte durante una scena in discoteca. Di tutt’altra pasta il coevo film diretto da Tessari, tratto da I milanesi ammazzano al sabato: l’unico a non inserire nei crediti il nome dell’autore e a cambiare il titolo rispetto all’originale. Una giovane psicolabile viene trovata uccisa e sfigurata. L’investigatore Duca Lamberti, aiutato da una prostituta, segue le indagini scrupolosamente, ma il padre della ragazza non si accontenta del suo operato e non desiste dall’andare fino in fondo in tutti i modi pur di mettere la parola fine alla vicenda. Questo cupo noir dalla malinconica e crepuscolare atmosfera milanese (resa ancora più suggestiva dall’ottima fotografia di Lamberto Caimi) riesce a coinvolgere attraverso un intreccio amaramente realistico (alla cui stesura parteciparono Mario Bava e Riccardo Freda) il cui argomento seppur più volte ripreso è stato reso in maniera originale dal bravo Duccio Tessari che, nonostante la prima parte a tratti didascalica e lenta (le indagini per i bordelli del commissario), confeziona un prodotto di sicuro valore ed interesse affermandosi come regista particolarmente adatto al genere. Interpretazioni solidissime di un superbo Raf Vallone, ma anche del plasmabile Frank Wolff e un buon lavoro di doppiaggio che riesce a far digerire presenze un po’ incongrue come Gigi Rizzi e il cattivo Jack La Cayenne. Nel cast anche Eva Renzi, vista lo stesso anno nel film d’esordio di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo. Ma è ancora Fernando Di Leo a confermarsi come miglior contraltare di Scerbanenco con l’ormai cult Milano calibro 9 in cui assembla una serie di elementi presenti nell’omonima antologia di racconti dello scrittore: Stazione centrale ammazzare subito (l’idea del pacco bomba e lo scambio dei pacchi), Vietato essere felici e La miglior vendetta è il perdono (le caratteristiche del protagonista). Appena uscito di prigione, Ugo Piazza viene aggredito e percosso a sangue dagli uomini dell’Americano (capeggiati dal braccio destro Rocco), un potente trafficante di valuta che lo accusa di aver rubato e nascosto durante un “passamano” parecchi dollari che gli erano stati affidati. Primo capitolo della ormai nota trilogia del milieu (La mala ordina e Il boss gli altri due), ad opera di un ispiratissimo Fernando Di Leo, giustamente considerato da molti come il migliore del genere, non tanto per il semplice (ma non per questo semplicistico) intreccio incentrato sul famigerato bottino di milioni di dollari che fa gola proprio a tutti, in una continua escalation di tensione e violenza fino all’amaro finale (l’ormai mitico sfogo di Rocco a ritmo di sbattimenti del cranio dell’infame: “Tu uno come Ugo Piazza non lo devi toccare! Tu di fronte a uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!”), ma soprattutto per la caratterizzazione fisico-psicologica dei personaggi che popolano la cinica e fredda Milano: la disperazione e la malinconia che aleggia intorno ai loro effimeri tentativi di riscatto si bloccano sul nascere o spesso ad un passo dalla tanto sperata realizzazione. Spicca su tutti il protagonista, Ugo Piazza, interpretato magistralmente da un Gastone Moschin sopra le righe, in un ruolo per lui inedito, poi il tirapiedi Rocco Musco, lo straordinario Mario Adorf, il solitario ed enigmatico killer Chino, Philippe Leroy, la doppiogiochista Nelly, la sensualissima Barbara Bouchet, il commissario intransigente, Frank Wolff e quello più liberale, Luigi Pistilli, l’Americano, Lionel Stander, il padrino cieco che ormai non conta più niente Don Vincenzo, Ivo Garrani, nonché quel grande gruppo di caratteristi gregari che spesso contribuiscono in maniera determinante alla resa di film di questo genere: Mario Novelli, Giuseppe Castellano, Giorgio Trestini, Ernesto Colli, Gianni Milito e il mitico Omero Capanna, qui nella parte di uno sgherro dell’Americano con capello impomatato e trench beige. Di forte presa l’innovativo scontro ideologico-metodologico tra i due commissari che si occupano del caso: Frank Wolff che crede sia meglio combattere l’uso della violenza con la violenza e Luigi Pistilli, per il quale la criminalità è solo l’effetto di una causa radicata nel tessuto sociale. Semplicemente grandioso il prologo all’inizio del quale vediamo il regista uscire da una cabina telefonica per far posto ad Omero Capanna. Di Leo nel ’78 tornò sui temi del film realizzando Diamanti sporchi di sangue, una sorta di remake ambientato nella capitale (che infatti doveva intitolarsi Roma calibro 9), dove Claudio Cassinelli fa la parte che era stata di Gastone Moschin, Martin Balsam quella di Lionel Stander mentre Barbara Bouchet interpreta lo stesso personaggio della pellicola precedente. Quentin Tarantino, grande fan del regista, lo omaggerà diverse volte: da qui riprenderà la breve scena iniziale dal barbiere della tortura col rasoio ai danni della faccia di uno dei ceffi responsabili del passamano iniziale, che verrà poi dilatata in Le Iene. Paradossalmente il racconto Milan by calibro 9 che apriva la raccolta è invece alla base del successivo capitolo della trilogia, La mala ordina, 1972, che pur senza fare nessun riferimento allo scrittore in realtà si limita ad amplificarne ritmi e situazioni, approfondendo un mondo che il racconto sintetizzava in poche pagine. Anche da qui Tarantino riprenderà la scena in cui i due killer di Pulp fiction (uno bianco e l’altro di colore, proprio come quelli di Di Leo) si recano dal boss e bussano alla sua porta. Sempre il regista di origini pugliesi firmerà la sceneggiatura d dell’ottimo Liberi, armati, pericolosi diretto nel 1976 da Romolo Guerrieri, che ha l’intuizione di unificare due racconti separati (Bravi ragazzi bang-bang e In pineta si uccide meglio, sempre tratti daMilano calibro 9) per costruire una storia sulla delinquenza giovanile dell’epoca in cui tre ragazzi della media borghesia milanese, il Biondo, Giò e Luis, in preda alla noia del quotidiano decidono di darsi alla pazza gioia rapinando nell’ordine un benzinaio, una banca e un supermercato, lasciandosi così dietro una scia di sangue che conta tra le vittime anche due poliziotti e alcuni loro amici complici dell’ultimo colpo. La polizia si mette sulle loro tracce grazie ad una soffiata di Lea, la ragazza di Luis. Questo noir on the road, in cui regnano disperazione e mancanza di valori che a ben guardare risultano molto attuali anche oggi, segue le gesta di tre giovani che per noia seminano morte sparando a destra e sinistra con la freddezza di automi, disprezzando tutto e tutti (famiglia, genitori, fidanzate, istituzioni), predestinati a non poter deambulare a lungo sulla terra. In questo senso appare evidente come questa pellicola, oltre che sulla solita azione spericolata e serrata a base di: inseguimenti, sparatorie, rapine e morti più o meno violente, si concentri molto sull’aspetto psicologico e la caratterizzazione dei vari personaggi messi in campo: i tre balordi, il Biondo, leader cinico e pazzoide interpretato da Stefano Patrizi, il lucido e calcolatore Luis, da Max Delys e lo sghignazzante psicotico Giò (gustatevi le sue citazioni cinefile), da Benjamin Lev, la mesta e redenta Lea, da Eleonora Giorgi, il commissario moralista affidato ad un serioso Tomas Milian (gustatevelo nei dialoghi coi familiari dei ragazzi, Tom Felleghy e Venantino Venantini, rei di trascurare i valori semplici a favore di un’educazione basata sul denaro e l’appagamento economico), il bullo Lucio, amico usato e gettato dal trio, un giovanissimo e irriconoscibile Diego Abatantuono, all’esordio cinematografico. Lucido e Profetico. Anche la RAI nel 1978, passato ormai qualche anno dai successi del Maigret di Gino Cervi e del Nero Wolf di Tino Buazzelli, rende omaggio a Scerbanenco con la mini-serie, Quattro delitti, che mette in scena altrettanti racconti tratti dalla raccolta, Il centodelitti (Professione farabutto, Per due testoni, Winchester M2 e Quasi due metri). Nel 1984 il veterano degli sceneggiati Daniele D’Anza (Il segno del comando, L’amaro caso della baronessa di Carini) recupera per la RAI il vecchio romanzo, La ragazza dell’addio, giallo risalente al 1956, ma anche stavolta il telefilm non ottiene il successo sperato. Un altro racconto del Centodelitti ispira infine nel 1988, L’uomo che non voleva morire, di Lamberto Bava, episodio del ciclo di film per la TV Alta tensione prodotti da Rete Italia, che pur restando nei limiti di una confezione televisiva (cattivi attori, basso budget, brutta fotografia) è un dignitoso thriller che dosa suspense e violenza pur tuttavia rimanendo praticamente inedito per ragioni di produzione. Destino migliore non ha avuto la serie RAI, Occhio di falco (1995), diretta da Vittorio De Sisti e interpretata da Gene Gnocchi, che per colpa di una produzione troppo travagliata (e di troppi sceneggiatori: ben sette, quanti gli episodi) non solo rinuncia a dare al protagonista il nome Duca Lamberti, ma vira con decisione sulla commedia e alla fine delle atmosfere care allo scrittore non resta alcunché. Prevista come programmazione estiva (pratica che in RAI equivale al procurato suicidio) alla fine viene addirittura soppressa per mancanza di ascolti e cade nel dimenticatoio senza il rimpianto di nessuno. Nel 2006 è stata realizzata una docu-fiction sulla sua vita ad opera del regista Stefano Giulidori, con interviste e testimonianze di chi l’ha conosciuto, presentata con successo al Noir in Festival di Courmayeur. L’anno dopo l’editore Garzanti pubblica un’antologia di racconti di alcuni tra i più noti scrittori noir italiani dedicata al personaggio di Duca Lamberti, intitolata Il ritorno del Duca.

Autore: Alessandro Tordini

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