19 dicembre 2010
LA BUONA STELLA
Non sopportavo più la sua presenza.

Il posto di guardia era già angusto per due persone e lui senza pensare a ciò, faceva venire la moglie e il figlio più piccolo ogni sera per farsi portare la cena. Lorenzo era il nome dell’arciere con cui dividevo il compito di controllare dalla torre ovest il passo che conduceva al tempio.

Teresa, la moglie, donna piccola e silenziosa, dai modi sin troppo gentili, aveva due grandi occhi neri. Capaci di leggere il cuore di chiunque.

A volte mi guardava con un velo di compassione come se fossi stato un invalido o colpito da chissà quale sciagura. E Sebastiano? La ciliegina sulla torta!

Il loro ultimo figlio, un bambino robusto e ben curato di quattro anni, invadente e fastidioso.

Correva e saltava continuamente, riusciva a star fermo solo per razziare la cena del padre o per tirare la mia barba.

Non avrei mai voluto una famiglia cosi confusionaria. Poi, sicuramente non sarei rimasto tutta la vita a controllare il passo, la mia abilità con la spada e i miei studi , mi davano il diritto ad ambire a qualcosa di più gratificante .

Quell’anno il conte invitò al castello tutti i nobili della contea a celebrare il Santo Natale, perciò eravamo stati avvisati che non avremmo usufruito di alcuna licenza. Sapendo questo, avvisai in tempo la mia famiglia e la mia donna, che non avrei passato il Natale con loro.

-“Dai! Non essere malinconico. Saremo tutti insieme qui, sulla torre, ad aspettare la nascita di nostro Signore.” – disse Lorenzo con la sua voce stridula, sputandomi addosso a causa dell’assenza dei suoi incisivi. -“…Teresa ci preparerà una cena degna di un re, e il piccolo Sebastiano sta imparando a memoria un canto adatto per l’occasione .”- Continuava a parlarmi con entusiasmo del programma che aveva ideato per il “Nostro” Natale. Non lo ascoltavo più, osservavo solo la sua brutta lingua che si sforzava sputando, di esprimere al meglio, senza inciampare in un canino solitario, le intenzioni del suo padrone.

No! Dovevo fare qualcosa per evitare quell’esperienza. Un Natale così mi avrebbe intaccato l’anima per tutta la vita.

-“…poi alla fine suonerò una ballata con la mia cornamusa! Eh? Che ne dici? Staremo meglio di tutti quei signorotti che si annoieranno a morte. Eh, Leonardo dimmi!?

Non gli risposi. Continuando a tenere gli occhi sgranati e fissi nel vuoto, gli voltai le spalle e scesi le scale di pietra che portavano al ballatoio delle mura.”Ci conto sulla tua presenza! Ah! Ah! Ah!” Mi urlò dietro.

Uscii dalla torre e feci alcuni passi sul ballatoio. Sotto di me, all’interno delle mura, tutto era in fermento. La vita del castello non era mai stata cosi agitata .

C’era un andirivieni di carri con sopra ogni ben di dio. Uno addirittura trasportava cinghiali, cervi, conigli e fagiani tutti .

Era arrivato anche il carro dei commedianti. Sarà stata sicuramente una settimana di gran divertimenti per i nobili e i cavalieri ospiti del conte.

Di certo pure i miei genitori avevano organizzato qualcosa di bello e divertente, ma sapendo che non sarei andato, avevano sicuramente ridimensionato gli eventi.

Mi girai lasciando il vociare concitato e appoggiandomi sui merli guardai fuori sulla ricca vallata.

Là oltre quell’ultima fila di colline vi era la dimora dei miei e la casa della bella Maria .

No! Non potevo rimanere li quella notte !!

Anche se avevo giurato eterna obbedienza all’ordine, io, arciere scelto Leonardo De Buy, figlio del mastro maniscalco Giovanni De Buy, non potevo passare la Santa notte rinchiuso in un’angusta torre con un villico come Lorenzo e la sua famiglia. Senza organizzarmi mentalmente, andai diretto a passo veloce verso il casotto degli ufficiali.

Entrai col fiatone e togliendomi l’elmo, esclamai :- ” Cerco il capitano.” -Guardai intorno.Nella saletta vi era solo una dama, seduta su uno sgabello, che teneva socchiuso sul grembo un piccolo libro.

-“Caro giovane, che vi è accaduto che entrate con tale irruenza e agitazione?”-

-” Nulla , signora…” – risposi abbassando il capo, – “ho solo premura di parlare con il mio capitano, signora.”

Mi guardò mimando preoccupazione e paura, poi sorridendo si voltò verso una porticina e con voce

ferma chiamò il capitano:- “Mio signore” – Dopo alcuni istanti dalla piccola porta ne uscì il capitano.

Un uomo grande e massiccio. Stava in brache e a petto nudo. Sorpreso dalla mia presenza, mi osservò per un istante, poi avanzando di alcuni passi, mi chiese in tono irritato cosa volessi .

-“Capitano. Sono Leonardo…” – “So benissimo chi sei arciere! Ti ho fatto una domanda. Rispondi.”

-“Si signore !..Vorrei .. ma ..non so..se “- non riuscivo ad esprimere ciò che nel mio animo era chiaro.

-“Allora!! Parla, o torna nella torre!” – urlò abbassando le sue folte sopracciglia.

-“Si signore, vorrei passare il Natale con la mia famiglia..” – Peggio non avrei potuto iniziare la mia supplica. -“E perché dovrei concedertelo. Sei forse malato o ferito?!?”- “No signore. Le porterei ,al ritorno dalla licenza, un bel regalo. Non so..un bel maiale grasso ..o ..delle oche”.

Alzai lo sguardo e vidi la dama e il capitano che si guardavano attoniti. Poi l’ufficiale alzò il suo sguardo su di me come una daga si leva sul capo del condannato. -“Non ti faccio fustigare a sangue per rispetto al mio signore e di questi giorni di festa. Torna al tuo posto di guardia e aspettati la giusta punizione a festeggiamenti conclusi.”
Mi alzai pesantemente e uscii. Forse l’ho offeso offrendogli un solo maiale. Pensai stupidamente.

Ero stufo di quella vita ricca di doveri e avara di diritti.

Stavo regolarmente al mio posto, ma assente e silenzioso. Lorenzo e la sua famiglia avvertirono il malessere che avvinceva e forse per rispetto, o perchè non capivano, non erano più spontanei e confusionari come sempre.

Ero deluso al punto da lasciare l’ordine quando, la mattina prima della vigilia, salì in torre il capitano. Ci alzammo di scatto dalla panca. -” Ai vostri ordini capitano!”

-“Arciere! Vai a prendermi una focaccia calda. Non ho fatto ancora colazione! “- Ordinò secco al mio collega. Lorenzo corse via, giù per i gradoni a spirale della scala.

-“Soldato! Ho meditato su come ti sei comportato l’ultima volta che ci siamo visti. Credo che tu sia stanco e scarico di ogni entusiasmo per la nostra missione. Vero?” – ” Si, mio capitano.” Risposi a bassa voce e non aggiunsi altro, evitando di dire ancora una volta qualcosa di compromettente. -” Quindi sono giunto a conclusione che hai bisogno, almeno per la notte di domani, di essere insieme alla tua famiglia.”

Non mi sembrava vero. -“Vuol dire che… posso…?” -chiesi incredulo, -“Certo, mio soldato! Finito il tuo turno, prendi il cavallo più fresco, e va! Ma torna non più tardi di dopodomani, all’ora del pranzo di Natale” –”Certo, certo” – “…e riguardo al maiale..non ti preoccupare, ne abbiamo fin troppo di cibarie” concluse avviandosi verso l’uscita. “Grazie, mio signore! Dio la benedica!”- dissi a voce alta inginocchiandomi. “No, ragazzo, non ti preoccupare, saluta la tua famiglia!”. Tornando su i suoi passi disse:- ” Ho saputo che tuo padre è un fabbro famoso e rinomato nella tua contea.” Mi chiese interessato- ” Si, sicuramente! E’ il più abile degli armaioli di tutto il regno!”- risposi pronto e sicuro di ciò che dicevo. “E’ appunto per tale motivo che ti chiedo una gentilezza. Fatti dare lo stiletto più bello che ha in magazzino. Sai, non ho ancora fatto un dono al nostro amato conte. “Si, certo!… e se non ne ha disponibili?” domandai preoccupato di non poterlo accontentare. “Una spada da cerimonia. La migliore!!” concluse ad alta voce, avviandosi definitivamente verso l’uscita.

Il cavallo non era dei migliori, ma tale era l’entusiasmo che non discussi per nulla contro lo stalliere. Dormii poche ore, e all’alba partii senza neanche salutare Lorenzo.

Avrei passato come ogni anno della mia giovane vita, quel giorno con i miei cari. A metà percorso, il cavallo era già stanco. Non forzai l’andatura, anche perché in quei giorni era impossibile trovare un cambio. Attraversai la vallata incontrando una frenetica euforia anche nei più piccoli e unici borghi del contado. All’imbrunire ero sul colle che dominava il mio paese. Fiaccole e lumini lo rendevano magico. Già immaginavo il volto di mia madre quando mi sarei presentato sull’uscio. Spronai il cavallo giù per lo stradone che s’insinuava nel borgo. Raggiunsi casa in un lampo, senza passare alla stalla a lasciare il cavallo. Arrivai diretto davanti al portone. Un brivido mi attraversò tutto il corpo, nessuna luce si intravedeva attraverso le finestre. Battei più volte il battocco, senza scendere da cavallo. Niente. Feci un giro veloce della casa, ma neanche dietro e nella stalla c’era anima viva. Tornai all’ingresso principale. Battei di nuovo sul portone nero e ostinato nel darmi un grande dolore. Non vi era nessuno.-” Madre! Padre! Sono Leonardo!!”- ” E’ inutile che urli ragazzo! Sono andati a passare il Santo Natale dai tuoi zii” disse una vocina proveniente dall’altra parte della strada. -“Sapevano che non saresti tornato per le feste.” Continuò: la riconobbi quando alzò il lumino vicino al volto. Era la vecchia Linda, una zitella che sapeva morti e miracoli di tutti i paesani. -“Quando sono partiti? ” le chiesi. -” Da due giorni. Che farai ora povero ragazzo mio?” rispose compassionevolmente. Scaricai un fremito di rabbia sui fianchi del mio cavallo che scattò con un po’ di ritardo. Si era quasi addormentato. Mi avviai, senza salutare la vecchia, verso la casa di Maria. -“Leonardo! Dove vai?” mi urlò qualcuno dietro. Mi voltai, tirando le briglie. -“Oh! Alberto! ” esclamai. -“Vado dalla mia promessa”. – ” Ma… Leonardo…Maria è da giorni  che è partita” -“Come è partita!” urlai verso Alberto, un giovane che conoscevo sin da piccolo, che a differenza di me non aveva mai concluso nulla e non era mai uscito dal paese.

– ” Leonardo, ma non vi scrivete! E’ al borgo, giù, sulla costa. C’è anche mia sorella al corso di cucito e, con l’occasione, andavano al gran ballo del duca” rispose con tono di rivalsa alla mia arroganza.

Colpito dagli imprevisti che si stavano susseguendo mi ammutolii. “Ciao, Leonardo! Ci vediamo eh! Io vado. Aspettano solo me per iniziare la cena.” Così dicendo sparì nel buio dei vicoli.

Rimasi in mezzo alla via, sopra un cavallo aggredito dal sonno più profondo. Passarono alcuni minuti prima che richiudessi le palpebre, ero sotto schoc, avevo rischiato di essere fustigato per essere lì con loro quella notte. E loro come mi ripagavano? Andandosene a festeggiare tranquillamente per il mondo. E Maria che mi aveva promesso amore per l’eternità? Senza mandarmi una missiva, se n’era già partita per non so dove. Non riuscivo ad accettarlo, pur sapendo che loro mi credevano in quei giorni al castello. Ero nervoso, stanco e affamato. Mi addentrai nei vicoli del paese alla ricerca di una locanda dove sedermi un po’ ma, ahimè erano tutte chiuse.

Non avendo le chiavi di casa ero costretto a pensare anche, come e dove passare la notte.

Ero arrivato nei pressi dell’uscita est del villaggio, ove all’angolo sinistro dell’ultimo edificio, vi era la taverna di Attilio.

Era aperta! La peggior locanda del paese era aperta ! Quando noi giovani girovagavamo la notte, ci guardavamo bene dall’entrarvi, talmente era lurida e maleodorante.

Era frequentata solo da poveri viandanti e banditi da quattro soldi. Mi affrettai a scendere da cavallo, che legai per finta ad un anello. Entrai. La bettola puzzava di cipolle marce e i sei tavoli che giacevano nella parte centrale del locale, non erano stati puliti da almeno una settimana.

Sul bancone vi era un unico moccolone di cera acceso, che avrebbe dovuto illuminare tutto l’ambiente. Nonostante gli sforzi, non vi riusciva.

-“Oste!”-dissi all’indirizzo dell’ingresso della cucina che sembrava l’accesso alla grotta di chissà quale mostro ripugnante.-“Chi è ?” urlò Arturo uscendo dalla cucina.

Era un uomo basso, grasso, con pochi capelli e la barba da glabro. Sul suo enorme e tondo stomaco, coperto da una camicia che non ricordava più il suo colore di nascita, vi era caduto o scontrato di tutto. -” Eh! Quale onore, un De Buy nella mia locanda!” disse appoggiando le sue grasse e tozze mani sul bancone. -” Che ci fa da queste parti?”. Non avevo proprio voglia di conversare, tanto meno con quell’uomo. -” Hai qualcosa da mangiare?” risposi chiudendo ogni via al dialogo. Mi guardò negli occhi per un istante e sentii che mi lesse nell’animo. Distolse il suo sguardo indagatore e come per rispetto al mio dolore, lo abbassò mormorando: -“Certo ragazzo. Siediti pure dove vuoi, ti porterò uno stufato di cinghiale, un po’ freddo, ma buono. Ti porto un po’ di vino?” – “Si, grazie.” risposi già voltato per sedermi. Con un coltellaccio da cucina, Arturo spazzò via i resti degli ultimi pasti consumati sul tavolo dove mi ero sistemato. Dopo un po’, mi portò lo stufato, il pane nero e una caraffa di vino.

-“Ragazzo, mi dispiace, ma appena hai finito il tuo pasto chiudo la locanda.” – disse facendomi capire di sbrigarmi. Inghiottii nervosamente a grossi bocconi la mia cena di Natale.

Dall’alto della collina, sotto la quercia più vecchia che si conosceva nella contea, diedi il mio saluto al mio villaggio, dove avevo in passato vissuto tante belle esperienze, ma che quella notte mi spaccò il cuore facendomi sentire l’uomo più solo della terra. Voltai il cavallo e ripresi la strada per tornare al castello. Non faceva freddo e quell’anno non aveva ancora nevicato.

Dopo un paio d’ore insonnolito e assente, mi accorsi che eravamo fermi, fuori la via, in mezzo ad un immenso prato leggermente in pendenza. Il cavallo non sentendo più il morso, era uscito di strada per nutrirsi e riposarsi. Poco più in là, vi era un bellissimo castagno, alto, imponente, ancora con le sue foglie in gran parte secche. Era così insolito vedere un albero di quelle dimensioni, solo, in mezzo ad un prato: provai simpatia per quel castagno solitario, solo come me. Scesi dal cavallo lasciandolo pascolare. La luna mi permise di camminare sicuro sino all’ombra dell’albero, ove mi sedetti.

Un incavo alla base del fusto e due grosse radici fuoriuscite dalla terra, mi offrirono un ricovero comodo e protetto. Davanti a me, si presentava l’intera vallata. All’interno delle sagome nere dei boschetti, colline, cocuzzoli e promontori, leggevo fiochi bagliori di luci, ove tante genti stavano raccolte insieme a celebrare in pace quella notte sacra. Immenso, bello, tanto da dar vertigini, il cielo, pur essendo notte, era luminoso nonostante le pochissime stelle, ma talmente luminose da far sentire la  luna piena sfocata e stanca. Non so se col tempo l’ho aggiunto io, ma credo di ricordare di aver visto nitida, audace e sicura, una stella attraversare il tetto celeste. La seguii con gli occhi lucidi: stavo vivendo e celebrando con la natura, quel momento particolare dell’umanità e della mia vita. Sentii che nonostante tutto appartenevo a questo mondo e lui mi apparteneva, e avrei dovuto godere ed apprezzare di più i momenti, le persone e gli avvenimenti che mi si sarebbero presentati in futuro, e soprattutto vivere serenamente con coloro che mi erano vicini e condividendo con loro, questo breve momento di vita concessoci, breve come il passaggio di quella cometa.stella copia

Autore: Cesare D’Antonio
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